Archivi del mese: novembre 2006

Il vetro rotto

Su birdu secau.

Totu si moet cuntras de tene. Su tempus malu,
sas lughes chi si che istutan, sa domo
betza drinnia a una raffica de àghera e
a tue cara pro su male patiu, sas isperas
delùdias, calchi bene chin issa gosau.
Ti paret s’arrumbare de una negada
de obedièntzia a sas cosas.
                                           E in s’isdobbada
de su birdu est sa cundenna de sa fentana .
(Umberto saba)

Il vetro rotto

Tutto si muove contro te. Il mal tempo,
le luci che si spengono, la vecchia
casa scossa a una raffica e a te cara
per il male sofferto, le speranze
deluse, qualche bene in lei goduto.
Ti pare il sopravvivere di un rifiuto
d’obbedienza alle cose.
                                   E nello schianto
del vetro alla finestra è la condanna.


Joyce Lussu

Joyce Salvadori, più nota con il nome da sposata di Joyce Lussu
(moglie di Emilio Lussu)
(Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998), è stata scrittrice, traduttrice e partigiana…….

vedi anche nel sito dedicato a lei

l’interesse per la poesia
"Joyce Lussu, Tradurre poesia"

…sue molte traduzioni del poeta Nazim Hikmet

Il mattino (1951)
Nazim Hikmet
(trad. Joyce Lussu)

Ti svegli
Dove sei?
A casa.
Ecco quel che ti lasciano
tredici anni di carcere.

Chi c’è nel letto, accanto a te?
Non è la solitudine, è tua moglie.
Dorme coi pugni chiusi, come un angelo.
Le dona, essere incinta.
Che ore sono?
Le otto.
Possiamo dunque star tranquilli E’ l’uso,
la polizia non fa irruzione in pieno giorno.

Su mengianu.

Ti ndi scidas
inui ses?
In domu.
Custu es su chi ti làssant
trexi annus de galera.

Ita ddui est in su letu, acanta de tui?
No est sa solitudini, est mulleri tua.
Dromit cun is pungitus serraus, che angelu.
Ddi cunfait su de essiri pringia.
Ita ora est?
Is otu.
Podeus abarrai puru trancuillus est de aici,
sa giustizia no arribat a mengianu


il coraggio di andare

La strada come al solito polverosa; non per la stagione; semplicemente perché in terra battuta, sabbia silicea, scarti di demolizioni edilizia. Era solito camminare in queste strade. Quelle asfaltate troppo trafficate, da camion e veicoli di ogni genere. Poi questa era la più breve. Permetteva di arrivare prima al lavoro. Certo con la pioggia era tutto più difficile. Ma questa volta pareva non arrivare mai. Le giornate uggiose di un tempo ricordi sbiaditi. Viste alla finestra, con le gocce che scivolavano sul vetro.
Poco male, anche perché le scarpe cominciavano a cedere sotto tutti i punti di vista. Un paio nuove sarebbe stato l’ideale, ma costavano troppo. Pensava che sarebbe arrivato comunque con quelle alla fine permesso di soggiorno. Da quando aveva cominciato a lavorare al cantiere i rapporti con gli altri erano sempre rimasti abbastanza distaccati, non freddi, convenevoli, ma distaccati, le lingue diverse certo non erano d’ostacolo, a volte basta uno sguardo un cenno d’intesa. Tutti li, alla ricerca di un lavoro stabile, irraggiungibile a casa propria, forse a portata di mano in questa “nuova” Europa. Il dubitativo è d’obbligo. Meglio non farsi illusioni. Ma lui non era quello che cercava , semplicemente cercava di “ritrovare l’interesse per le piccole cose”, smarrite.
Da dove veniva nulla era ormai più possibile, i titoli di studio, la professionalità, le capacità personali: un optional. In un Paese retto da oligarchie di gerontocrati abbarbicati al potere senza sosta in costante autoconservazione parentale.
Tentare di saltare il confine, anzi i confini, poteva essere una possibilità, una scommessa. Tagliare i ponti, bruciare le scialuppe, cambiare la propria identità e ricominciare da zero. Gettare il cellulare nel fiume. No more conversations. No more problems. Le strade prima intraprese tutte terminate in un vicolo cieco. Ogni cosa iniziata bene, finita in modo irreparabile. L’affettivo, la carriera, l’interesse per tutto ciò che lo meritava, tutto carta straccia. Di colpo pensava di essere diventato un Re Mida al contrario, nefasto per se stesso, indifferente per gli altri. Questo pensava guardandosi le scarpe tendenti al logoro. Chissà, perhaps!, Era un nuovo inizio. Lo sarebbe stato malgrado tutto. Nuova identità, nuovo giro, nuova corsa. Se incappava in un fallimento, pazienza, tanto contava solo andare avanti. Tutto questo pensava, con una nuova luce positiva, da quando quel giorno fu tentato dall’ultimo inconsulto gesto: disegnare strade, piste, ai propri polsi con una lametta. Magari con l’ipod alle orecchie, immerso nella calda acqua della vasca da bagno, come quel tale in epoca romana. A chi non è mai venuto in mente? Soprattutto quando chi dovrebbe o potrebbe darti una mano non si cura di te. Anzi. E tu a chiederle disperatamente un aiuto, una piccola mano d’aiuto, almeno per non sentire il fallimento del proprio presente, del quotidiano, in un futuro che si incupisce all’orizzonte. Entrambi naufraghi nel mare della precarietà, occupativa ma anche affettiva. No meglio andare, meglio sparire, scomparire, dissolversi lontano “in un posto lontano, più libero…”.
Era sempre stato un transumante nei meandri metropolitani, capace di far perdere le proprie tracce, senza perdere le radici, le proprie, quelle tatuate nel proprio dna. Ed era sempre un nuovo inizio da quel giorno famoso in cui insieme agli altri ritornò dal grande mare tondo, nella valle di Mas-Oneh Bran’hu, non luogo sconosciuto al mondo ultramediatico, nel grande crocevia dei popoli che furono ma che sempre ritornano.
Ecco il cancello. I pensieri svaniscono, almeno per ora. Torneranno stasera al rientro. Per ora occorre buona volontà “e il coraggio di andare”. Contando sulle proprie forze …
I giorni migliori
(da “In continuo movimento”)
(Testo e Musica: Federico Zampaglione)
 
Certe cose che senti nell’aria
non le devi nascondere
le conosci a memoria
ma non puoi condividerle,
se stai cercando il tuo viaggio
in un posto lontano, più libero…
 
Oltre i muri che vedi andando avanti
fra i discorsi invidiosi e arroganti,
le cose che senti nel cuore
non rinnegarle mai
sono fragili ma possiamo difenderle
se voleranno in alto i nostri pensieri
più limpidi.
 
Aiutami a ritrovare l’interesse
per le piccole cose
che sono alla base di tutte le promesse
del futuro che cresce,
perché sono le sfumature
a dare vita ai colori
e a farci tornare in mente
le cose più pure
dei giorni migliori.
 
Non ci sono percorsi più brevi da cercare
c’è la strada in cui credi
e il coraggio di andare.

Vladimir Vladimirovic Majakovskij 3

Majakovskij
(last but no least)

Si ego calchi cosa
apo iscritu
si calchi cosa
apo narau
est curpa
de sos ocros de su chelu
de sos ocros
de s’amorada mea

se io qualcosa
ho scritto
se qualcosa
ho detto
è colpa
degli occhi di cielo
degli occhi
della mia amata


Vladimir Vladimirovic Majakovskij 2

IL ponte di Brooklyn
secondo … Vladimir Majakovskij!!!

Emetti, Coolidge,
un grido di gioia!
Per una bella cosa nemmeno io risparmio le parole.
Diventa rosso dalle mie lodi come la stoffa della nostra bandiera,
anche se voi siete i dis-united States of America.
Come un credente invasato va in chiesa
o si ritira, austero e semplice, in un èremo, –
così io nel grigiastro balenìo della sera
entro, dimesso, sul ponte di Brooklyn.
Come un vincitore irrompe in una città demolita
sui cannoni dalla bocca lunga come una giraffa,
così, ubriaco di gloria, affamato di vita,
io penetro, superbo, sul ponte di Brooklyn.
Come uno sciocco pittore nella Madonna d’un museo
configge il suo occhio, amoroso ed acuto,
così io, cosparso di stelle, dal sottocielo
guardo New York attraverso il ponte di Brooklyn.
New York, sino alla sera plumbea e afosa,
ha obliato le sue pene e la sua altezza,
e soltanto le anime delle case
si levano nella diafana fosforescenza delle finestre.
Qui pizzica appena il prurito degli elevators.
E solo da questo leggero prurito
comprendi che i treni strisciano tintinnando,
come se qualcuno riponesse stoviglie in una credenza.
Quando poi sembra che dalla sorgente del fiume
un droghiere trasporti zucchero da una fabbrica,
passano sotto il ponte alberi di nave,
piccoli di misura come spilli.
Io sono orgoglioso di questo miglio metallico,
vive in esso s’innalzano le mie visioni:
invece di stili lotta per le costruzioni,
calcolo rigoroso di bulloni e d’acciaio.
Se verrà la fine del mondo
e il nostro pianeta dal caos sarà disgregato,
e se d’ogni cosa resterà solo questo
ponte impennato sopra la polvere dello sfacelo,
allora, come da ossetti più esili di aghi
crescono i pangolini nei musei,
così con questo ponte il geologo dei secoli
saprà ricostruire i giorni del presente.
Egli dirà: "Questa zampa d’acciaio
collegava mari e praterie,
di qui l’Europa si slanciava verso l’Ovest,
gettando al vento le piume degli indiani.
Ricorda una macchina codesta costola.
Pensate, le braccia non vi basterebbero
se, piantando un piede d’acciaio su Manhattan,
verso di voi per il labbro voleste tirare Brooklyn.
Dal viluppo di fili elettrici
riconosco l’epoca seguente al vapore.
Qui la gente già urlava alla radio,
qui la gente già volava in aereo.
Qui la vita era per gli uni spensierata,
per gli altri un lungo gemito di fame.
Di qui i disoccupati si buttavano a capofitto nello Hudson.
E più lontano senza impedimenti il mio quadro s’allarga
per corde-funi sino ai piedi delle stelle.
Io vedo: qui si fermò Majakovskij,
si fermò e, sillabando, componeva versi".
Sgrano gli occhi come un Eschimese innanzi al treno,
m’attacco come s’attacca all’orecchio una zecca.
Il ponte di Brooklyn:
questa sì… È una gran cosa!

… La novità??????
….un nuovo album di Claudio Lolli interamente ispirato
Al grande poeta russo Majakovskij e la scoperta dell’America

ma anche …note di poesia

 


Vladimir Vladimirovic Majakovskij

 

La nostra marcia

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.

Vladimir Vladimirovic Majakovskij