Archivi del mese: luglio 2007

Il Paese che non c'è

Bidda chi no ddui est – 2

Il forestale mi fa cenno di accostare. Spengo il motore. Con la mano destra mi indica di abbassare il finestrino. Una leggera pressione sul pulsante e lo abbasso fino a metà. Spengo il lettore mp3. L’abitacolo dell’auto viene invasa da un odore acre e potente di fumo. Non mi ero reso conto che, alla mia sinistra, si era sviluppato un incendio che già lambiva i cespugli della cunetta. Fiammate alte quanto una casa,la squadra antincendio all’opera con scope e atomizzatori.
Stavo camminando adagio da un paio d’ore, a passo d’uomo in alcuni tratti, col caldo che faceva l’aria condizionata era a palla; rimiravo il paesaggio alla mia destra, fra lecci e macchie di gariga. Fantasticando con la mente in walk-about, un po’ come capita in Australia agli occidentali al seguito di nomadi aborigeni, alla ricerca delle vie dei sogni. Ma qui non ero in quei posti così ben descritti da Chatwin. Ero semplicemente di nuovo a "Casa", nella Terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo.
Un po’ per istinto, un po’ seguendo le indicazioni dei miei conoscenti, ora mi trovavo al di fuori dei consueti itinerari del turismo da cartolina. Strade di campagna, allargate dalle ruspe negli anni della riforma agraria, alcune in seguito asfaltate e ricongiunte con altre arterie principali. Questa però non la ricordavo, almeno non nella sua interezza. Ricordo che da bambino la facevo a piedi, dietro il gregge in transumanza, con mio padre. A volte dovevamo prendere la strada delle transumanze, "Sa bia de is caminantis", punto di partenza fra due collinette, nei pressi di Gah’Dni, dopo un lungo tratto si incrociava l’altra strada proveniente da Aì’Sharah, dove da alcuni secoli era stanziata una comunità di ramai.
Stavolta ci sono capitato per caso fra una stradina e l’altra, a caso, "a s’intzerta". Forse in una di quelle tante strade di penetrazione agraria spuntate nei decenni o in una delle tante fasce antincendi.
Fra la musica degli Afterhours e i miei pensieri, non mi ero reso conto di quanto accadeva. Rimuginavo, pensavo, in silenzio, finché non è arrivato il ritornello di "Pelle", allora quasi in cima alla strada ho cantato a squarciagola "… Forse sei un congegno che si spegne da se, forse sei un congegno che si spegne da se..".
Quindi l’apparizione…
– Buongiorno! non può andare avanti per questa strada, un enorme incendio, con un fronte di due chilometri, sta attraversando di lato tutta questa zona. Deve tornare indietro. Stanno arrivando gli elicotteri.
Mi urla, con tono perentorio, il forestale. Tuta verde, scudetto 4mori, il grado appuntato nel colletto, statura media.
– Ma io devo proseguire per Mas-Oneh’Branhu.
Gli dico io con convinzione granitica.
– Guardi che qui il paese che ha appena indicato non esiste! O sosta qui fino alla fine dell’intervento, oppure faccia retro marcia alla svelta.
– Sosterò qui per poco.
Il forestale si allontana lasciandomi li, alle prese con le mie decisioni, sotto una parete rocciosa, all’ombra di una sughera isolata.
Il caldo sempre più torrido. Sudo, penso, penso e sudo.

– Inui est andendi? (Dove va?)
Mi dice un vecchio seduto su una pietra in calcare fossilifero, a forma di menhir rovesciato. Lo guardo. Il suo viso sembra scavato nella roccia, la pelle scura raggrinzita dal sole e dalle intemperie. Capelli bianchissimi e corti. Camicia bianca chiusa nel colletto e nei polsini, pantaloni di velluto nero liscio, con diverse toppe, scarpe in pelle (cosìngius).
Mi avvicino. Attorno a lui poche pecore al pascolo. Credo quelle in riposo riproduzione (su bagadiu), partoriranno prima di natale; una dozzina si riparano dalla calura sotto un leccio secolare, altre in ordine sparso, due si grattano la schiena con andatura orizzontale ritmata su un tronco storto di roverella, rachitico quasi secco e con foglie rade, una agita la coda per scacciare le mosche. Si muovono piano, scuotendo i campanacci (sonallas) che a stento lasciano andare dei suoni, ognuno differente dall’altro. Si riconoscono quelle dei due montoni presenti, is metallas, ma il suono è più sordo.
Vicino al vecchio un cane accovacciato di piccola stazza, meticcio, magro, dal manto variopinto a tinte scure e striate (pertiatzu). Accenna un ringhio, che interrompe dopo che il vecchio gli posa una mano sulla schiena; scodinzola e prosegue nella sua nuvola di pensieri canini.
– A Mas-Oneh’ Branhu!
Gli rispondo dopo una certa esitazione.
– Mas-Oneh’ Branhu … cumentzat inoi (Mas-Oneh’ Branhu …inizia qui).
Aveva proprio ragione, a poche decine di metri scorgo le abitazioni con il caratteristico porticato  in  legno; nessuno in strada, vista la canicola.
– Arribat giustu giustu, oi est su èsperu de sa Festa Manna de bidda, chi abarrat intendit is cantadoris; ddui funt Pepe Sozu e Remundu Piras. Is obreris anti giai postu is iscannus in Pratza de is axrolas.(Arriva in tempo, oggi è il vespro della grande festa paesana, se resta ascolterà i poeti; ci sono Pepe Sozu e Remundu Piras. I membri del comitato hanno già messo le sedie nella Piazza delle Aie).
Mentre mi dice questo lo osservo intagliare un bastone, con rara maestria. Sguardo basso. Senza esitare inizia a cantare alcune strofe in limba, con un filo di voce.
– Funti is otavas chi ant cantau s’annu passau in sa festa de is pastoris, a Santu Giuanni a làmpadas, deu mi nd’arregodu beni, mancai no scipa lìgiri e iscriri. Seu de retentiva e m’arregodu beni is fueddus, de candu poi no nci biu giai nudda mi nd’arregodu prus puru. Sa gara fut "nou e bèciu". (Sono le strofe che hanno cantato l’anno scorso nella festa dei pastori, a San Giovanni, a giugno, me lo ricordo bene, anche se non so leggere e scrivere. Ho buona memoria e mi ricordo bene le parole, da quando sono diventato quasi cieco mi ricordo ancora di più. La gara poetica riguardava i temi "nuovo e vecchio". –
Poi, pensoso, toccandosi appena il mento, prosegue…
– Notesta ant a cantai "fogu e àcua" (Questa notte canteranno "fuoco e acqua")
Tutto preso dal discorso, inizio a chiedergli del paese, di come si vive …

Sento bussare forte al finestrino… un bussare insistente.
– Guardi che adesso può andare! L’incendio è stato domato, ora stanno bonificando la zona.
Mi dice il forestale.
– Sta bene?
Mi chiede.
– Si benissimo grazie!
Rispondo intontito e assonnato, in un bagno di sudore.
– Scusi ma com’è che si chiama la località dove è diretto?
Mi dice con una cadenza regionale del luogo.
– Mas-Oneh’ Branhu. Ma credo che sia solo una zona catastale.
Saluto, innestando la retromarcia e, mentre imbocco il crinale, a ritroso, guardo di nuovo alla mia destra: un cumulo di pietre disposte in modo ordinato da somigliare ad un viso posto sopra un menhir spezzato ed inclinato sulla collina, diversi massi e pietre di calcare, di forma irregolare, distribuiti nel tancato, due massi appoggiati ad un tronco di roverella, un altro mucchio sotto un leccio secolare, fra i cespugli radi di cisto e sterpaglia. In alto il sole appena offuscato dal fumo dell’incendio, un sole malato, poche nuvole su un cielo azzurrissimo.
Ho sognato. Il caldo… certo sarà questo terribile caldo umido estivo.
Ma non posso aver sognato.
Sono sicuro.
Questa è la mia vita parallela.

Il Paese che non c’è – Bidda chi no ddui est.


Fermiamo i piromani

FERMIAMO GLI INCENDIARI. ISOLIAMOLI NELLA LORO VUOTA VITA

prendo in prestito  il moto, credo, dei nativi americani.
Non se ne abbiano a male, ma penso che, come dice un detto cinese, un’immagine vale più di mille parole. Gli incendi sono una piaga sociale, la morte della natura, la negazione della vita.

"Questo bosco ci è stato dato in prestito dai nostri figli"


Naracauli

I Nomadi non sono stati i primi a parlare di miniere, ci avevano già pensato i New Trolls col brano "Una Miniera" con un bellissimo pezzo in perfetto stile beat ma anche questo testo cantato  dai Nomadi, scritto nel 1976 da Maurizio Bettelli, "Naracauli" mi è molto caro, parla di miniere di luoghi magici immersi nel verde e in una archeologia industriale del Sulcis, dove il popolo sardo ha dato il proprio sudore, le proprie sofferenze, la propria vita, le proprie emozioni.. per un tozzo di pane.
Ma di questo, forse ne parlerò a presto.

Se interessa l’argomento

… interessantissimo l’album fotografico del sito qui

Naracauli
(I Nomadi)

Pagas lughes in pagas domos
cando benit su merie
sa minera no traballat prus
e s’arena brùsiat su mare
e comente est biaitu su mare tuo
e cumente est istraca sa boghe.
un arràbiu brusiat sos padentes e apustis
s’imbriagat in tzilleri
cantos antigos e sacros filan
sa lana in carrela a merie
o in sos meries de istade
pranghen sos gatos e sos isteddos.
Dromit su tazu ma su pastore nono
no issu no podet cumprendere
l’an tzapau su triballu a l’ischis
e como sa gana in sos montes
issu mere de montes
issu presoneri de montes.
Ma una nave est arribada
custu notte eya pro no si fagher bider
e sos negossios sunis prenos belle
de cosas chi no as a impreare mai, mai, mai e apustis mai no as aer pensadu
chi gai t’ana trampau.
e comente est biaitu su mare tuo
e cumente est istraca sa boghe.

Naracauli
(I Nomadi)

Poche luci nelle poche case
quando si fa sera
la miniera non lavora più
e la sabbia brucia il mare
e come è blu il tuo mare
e com’è stanca la voce.
Una rabbia brucia i boschi e poi
si ubriaca all’osteria
canti antichi e sacri filano
la lana in strada di sera
o nelle sere d’estate
piangono i gatti e le stelle.
Dorme il gregge ma il pastore no
no lui non riesce a capire
gli han portato via il lavoro sai
e adesso la fame sui monti
lui padrone dei monti
lui prigioniero dei monti.
Ma una nave è approdata
stanotte si per non farsi vedere
e i negozi sono pieni già
di cose che non userai mai, mai, mai e poi mai non avresti pensato
che così t’hanno fregato.
E come è blu il tuo mare
e com’è stanca la voce

ringrazio anticipatamente Maurizio Bettelli  per questo bellissimo testo, da parte mia solo la traduzione in sardo…per completezza di informazione…recentemente Soru avrebbe messo in vendita la zona di Ingurtosu, Naracauli e Piscinas per la realizzazione di un golf. C’è un dibattito aperto in rete credo in questo blog: pigiotto


Scirocco.

Il caldo si faceva sentire già da diversi giorni, ma all’interno del bar (su tzilleri) quello della loro infanzia, erano state montate le pompe di calore, quindi, beh! pensavano tutti, poco male se lo scirocco (su bentu ‘e sole) soffiava e seccava tutto quello che trovava. Loro erano dentro a raccontare e raccontarsi, non più giovanissimi, su ciò che era stato (is contus de forredda) che erano stati  nei tempi in cui l’hi tech, o come diavolo si chiama, era almeno nella testa di tutti avveniristica e molto lontano da arrivare. Il gioco preferito da tutti era il flipper, 50 lire e via, partite interminabili, a dare colpi laterali, svirgolettare, e scommettere. Altri al biliardino, dove se si era a secco di quattrini, allora ci si ingegnava con un fil di ferro a gancetto per tirare la leva che liberava le palline, tutto sotto gli occhi del barista che non vedeva l’ora di chiudere e che pensava ai giorni passati in continente, dove si sgobbava parecchio, e dove aveva fatto i soldi per aprire quel bar al paese. Anche se si accorgeva che i ragazzi lo "imbrogliavano", faceva finta di niente perché tanto prima o poi quelle monetine, le poche, finivano li dentro, ma poi perché forse era un modo per impegnarli e non farli pensare ad altre bravate, magari più rischiose. I soldi certamente erano pochi, anzi pochissimi. Si parlava di questo fra i coetanei, sparsi durante l’anno nei vari punti cardinali del territorio nazionale, e non solo. Due di essi avevano trovato lavoro nel nord , alla fiat, uno si era dovuto arruolare negli agenti di custodia, uno aveva aperto una officina al nord est, un altro ancora cambiava lavoro di frequente per via del suo carattere un po’ ribelle che lo faceva litigare, anche se era una pasta d’uomo.Il più tranquillo e taciturno aveva lavorato nelle piattaforme petrolifere e di parlane ne aveva poca voglia ma sorrideva ed annuiva a sentire le storie dell’infanzia passata al paese. Tutti dentro al bar a ricordare, bere birra, sorridere, tutti a raccontare in "limba" perché quella era la lingua per comunicare; dove passavano la maggior parte dell’anno non era comprensibile comunicare con essa, ma qua era diverso, si tornava almeno nel racconto bambini, "a pitzinnu mi torro", le scorpacciate di ciliegie a danno del vicino, le gare di fionda sulle cavallette e lucertole.
Bevuto l’ultimo sorso, tutti pronti per uscire, lo scirocco ha lasciato il posto al fresco maestrale (bentu estiu).
Questo è il quadretto che vedeva, mentre era su al nord, uno di loro, che quest’anno non è potuto tornare; quelle ferie tanto bramate e sperate, quest’anno non potranno essere usate, i soldi sono pochi e il mutuo da pagare è alto. Si rifarà l’anno prossimo, pensava, mentre guardava le foto scattate alcuni anni prima, coi suoi amici, sempre li al bar, a su tzilleri di quando si era ragazzi.
E un altro anno è passato.


nuvole

Sas nues
(F. De Andrè)

àndan
benin
cada tantu s’arrumban
e cando s’arrumban
suni nigheddas che corbu
paren chi t’ampànien cun ocru puntu
A bortas sunis biancas
e curren
e pigan sa carena de s’airone
o de sa berbeche
o de calchi atera bestia
ma custu lu biden menzus sos pitzinnos
chi jocan currelande infatu po meda tretu
A bortas ti lu naran cun sonos
inantis de arribare
e sa terra si tremet
ei sas bestias si callan
e-i ti lu naran cun sonos
Andan
benin
torran
e mancari s’arrumban die medas
chi no si bien prus sole e isteddos
e ti paret de no conoscher prus
su locu inube istas
Andan
benin
po una de veras
milli sunis de brulla
e si ponen intre mesu ‘e nois e su chelu
po ti lassare petzi una gana de
aba.

 

LE NUVOLE

Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio
Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri
Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore
Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai
Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.


Ischis chie ses

Sai chi sei.

Già da piccolo, nella sua infanzia, appena imparato ad articolare frasi di senso compiuto, il nonno, "mannoi", gli diceva, piano a bassa voce, "tue ischis chie ses e de ube ses, lu tenes inintro, in sa zenna de s’anima" (sai chi sei e da dove vieni, ce l’hai dentro, nell’uscio dell’anima).
Frasi che gli rimbalzavano nella memoria, a distanza di anni, come un eco lontano; per poi scomparire, da dove erano venute, dai meandri della memoria; a volte incomprensibile riaffiorava questo concetto, come una leggera brezza che passa fra le persiane, così gli ritornava in mente quel parlare del nonno. Il suono delle parole erano diventate una filastrocca, ma il senso, il significato, ormai, quasi slegato dal significante.
Certo ora parlava e capiva e si esprimeva e sognava in un’altra lingua. Ma dentro, come brace sotto la cenere, affiorava, lentamente, quel vociare del nonno …"tue ischis chie ses e de ube ses".
Ne aveva perso, irrimediabilmente il senso, era necessario ritrovarlo, forse per dare un senso alla vita, alle cose che faceva, o che credeva fossero importanti. Intanto continuava la sua vita. Nei luoghi lontani, anzi lontanissimi dai luoghi dell’infanzia del nonno.
Il padre ormai aveva acquisito dimestichezza nella lingua di quella Nazione, era stato possibile anche modificare il cognome, "su sambenau", diciamo che lo si faceva per moda, non tanto per mimetizzarsi ma, sotto sotto, anche per quello; il nonno diceva che quel cognome, agli inizi quando approdò in quella nazione alla ricerca di un lavoro, faceva storcere il naso, era ingombrante, quel cognome ricordava chiare origini lontane di popoli qui trattati con distacco e diffidenza.
Negli anni accadeva sempre più spesso che a questo nipote, e figlio, di persone perfettamente integrate, inspiegabilmente, anziché lanciare un’imprecazione, come era solito fare nella sua lingua… poff!, di punto in bianco, senza un ma o un perché, lanciava una frase apparentemente senza senso, recuperata dai meandri del suo passato, coma da un fiume sotterraneo, che ripescava dai meandri di altri "passati".
Allora si meravigliava, …"Lampu l’achirret!", lanciata l’imprecazione, "ghetau s’irrocu"… pensava, cosa vorrà dire. Cosa avrò detto mai; allora ricordava …già! una delle tante frasi di mio padre, che poi anche lui riprendeva da "mannoi"!. Ma era contento, non sapeva cosa aveva detto, ma era contento ugualmente, "s’irrocu" era stato un buon parafulmine, una bella scarica e via.
Più il tempo passava e più le frasi gli ritornavano alla mente, le ripeteva a fil di labbra, quasi impercettibilmente, a lavoro fra i colleghi che lo guardavano attoniti, stupiti, quasi a pensarlo un po pazzerello.
Lui zitto zitto abbozzava un sorriso, sapeva bene cosa gli stava accadendo, sapeva che tessera dopo tessera, tassello dopo tassello, gli stava tornando in mente tutta la parlata dei "suoi", riaffioravano le sue radici. Non solo ne capiva il senso. C’erano volute due generazioni per farle tacere, ma esse prepotentemente avevano trovato l’uscita.
Ora lo vediamo felice sopra un aereo, parlare con un compagno di viaggio diretto alla stessa meta, la "Terra In Mezzo Al Grande Mare Tondo": SHRDN, Shardana, Sardinna, Sardegna.
Non vede l’ora di conoscere il suo popolo e comunicare con la sua lingua, nei luoghi che erano stati di "mannoi". "No parit berus", non sembra vero, ma è così: ora Sa Chi è, E Da Dove Viene.
All’arrivo, la situazione dei luoghi è sotto i suoi occhi, millenni di cani da rapina hanno portato via tutto, o quasi, occupando con la forza terreni fertili per giocare alla guerra. Ma ora lui è qui, con tanti altri, chi "allegant sa limba de mannoi", che parlano la lingua di nonno.
E quella lingua non la lascerà più.

 

Ratapignata
– PESA PRUINI

Fogu dd’abruxit !
Lampu ti calit !
Is canis dda tirint !
De arrori mannu
Si nd’est torrada a scidai de candu fiant
Is domus cun perda manna
Kistionai in lingua nosta
Cumprendi totu in dd un”orta totu
Ca tantis no ndi calat

No parit berus ca ddui seu torrau
Is propius fueddus lintus e pintus
Ma su sensu abarrat cussu
In pagus a solus a solus
Cun su scraxiu prenu a forrogai
Su fundu ‘e sa pinjada

Po cussu inguni, is arrexinis suint a su tzugu
Po cussu innoi, tzurpus, surdus e mudus
Po cussu inguni, fillu bonu no ddu est nudda po tui
Po cussu innoi, no s’acudint is barras

da "SIGHI SIGHI – 2005"

(Solleva la polvere

Che il fuoco la bruci!
Che ti colpisca un lampo!
Che i cani la lacerino!
con grande disavventura
Si è risvegliata da quando c’erano
le case costruite con i massi.
Parlare nella nostra lingua.
Capire tutto in una volta
che tanto non scende.

No sembra vero che ci sia riuscito
Le stesse parole chiare e dipinte
ma il senso resta quello
In pochi soli soli
con la pancia piena a frugare
il fondo della pentola

Per quello li, le radici succhiano il collo
per quello qui, ciechi, sordi e muti
per quello li, figlio buono non c’è nulla per te
per quello qui, le mandibole non fanno in tempo.

Vocabolario sardo:
Luigi Farina – Bocabolariu: Sardu-Nugoresu-Italianu