Archivi del mese: ottobre 2007

E’ tornato da un lungo viaggio. Nessuno sa, ne mai ha saputo, da dove. Lui, oggi è di nuovo qui, fra la sua gente.
Lo ricordano tutti come era da bambino, un monello che faceva disperare tutti, un vispo bambino con i riccioli, morettino con gli occhi grandi. Non era infrequente vederlo sparpagliare le pecore dal gregge in ogni dove con fischi e urla beffarde, percuotere con un ramo di asfodelo (un’ala de iscraria) le galline di Tziu Pissente, o ancora slegare il filo teso con i panni ad asciugare (sa sàrtia) in giornate particolarmente ventose.
Un vero spirito libero, un ribelle nato.
Nonostante tutto era un bravo bambino, anche così discolo era simpatico a tutti (mancari fèsset unu pistricu). Aiutava in casa, nelle varie faccende (fainas de domo), ma sopratutto aiutava il padre, fabbro da generazioni (mastru ferreri). Ma lui, già da piccolo, non aveva la passione per questo lavoro, vedeva solo pecore e verdi pascoli. La fuliggine della bottega lo intristiva. Amava gli spazi aperti e l’aria pura. Con il maestrale in faccia che ti porta i profumi e le fragranze della campagna. Lui un pastore nato.
Appena imparati i rudimenti della lettura iniziò a pascolare le pecore dello zio; tutte le volte che gli avanzavano spazi di tempo leggeva poesie, modas, sonetos, dei poeti più importanti, mandando a memoria centinaia di versi in limba. Anche lui si cimentava a comporre versi.
Da ragazzo, poi, era un ottimo cavaliere, domava i cavalli, li montava, correva nei pali delle feste patronali del circondario, e sembrava quasi li dominasse con lo sguardo, persino i più selvatici con lui erano tranquilli. Questi in sintesi gli anni della sua prima giovinezza. Poi lasciò il paese, in cerca di non si sa bene che cosa.
Più tardi, le cronache del tempo lo videro implicato in fatti delittuosi. Frequentava un gruppo di "balentes" che non sopportavano le angherie dei ricchi possidenti. Nobili di discendenze straniere (istranzos benidos dae su mare) dediti ad ammassare fortune alle spalle dei poveri senza terra, sfruttando la forza lavoro dei braccianti che invece avevano, come unica ricchezza, i figli ed una misera casa.
Lui e i suoi "cumpanzos" non sopportavano l’idea di starsene accovacciati a casa nella cenere del focolare (in su chinisu), magari dopo una giornata di duro lavoro senza alcuna prospettiva futura di avere una esistenza più dignitosa. Loro che avevano i segni di un popolo che per secoli veniva sfruttato dal conquistatore di turno. Frequentava, dunque, un gruppo di "bardaneris" rispettosi di norme e tradizioni del loro popolo, con una morale ferrea. Di volta in volta razziavano il bestiame e le fortune di questi signori. In queste scorrerie qualcuno di loro poteva essere ammazzato o arrestato. Ma l’avevano messo in conto. Lui la faceva franca sempre. Per poi ricominciare un’altra grassazione.
Col tempo divenne uno dei più ricercati. Per anni nessuno riuscì, tuttavia, a scoprire dove si rifugiava. Ne le grosse taglie furono di stimolo alla delazione. Anzi spesso gli davano rifugio quelli che sostenevano le loro ragioni, con la motivazione che l’autorità tutela solo i ricchi e i potenti, chi ha le spalle coperte secondo l’antico proverbio di "Chie tenet santos in corte no morit de malasorte" (chi ha santi in paradiso non muore di sventura). Tutto quello che si conosce di lui è che scomparve. Decimato e quasi annullato il gruppo di "bardaneris", che aveva segnato decine di "esropri", si trovava spesso solo. Braccato da tutti, per via delle sue idee che potevano essere contagiose.
Negli anni furono persino installati nuovi avamposti di militari contro quello che definivano il brigantaggio, e nella forma particolare il banditismo. Di lui, però, nessuna traccia. Qualcuno, in punto di morte disse che aveva preso la via del mare, verso altre terre, oltre il grande mare tondo.
Oggi è tornato. Una carretta del mare lo ha riportato nella sua terra. In mezzo a tanti altri disperati. Con gli anni ha imparato i diversi idiomi, non gli è stato difficile perché ce l’ha nel sangue, la sua gente per millenni si è spostata nei diversi punti cardinali, lui discendente dei popoli del mare li  capisce e sa che la loro vita e il loro destino non è diverso dal proprio. Senza documenti le autorità lo hanno subito preso, insieme ai tanti. Li avevano già avvistati prima dell’arrivo. Anche lui immediatamente accompagnato in un Centro di Permanenza Temporanea in mezzo ad una moltitudine plurilingue di diseredati. Fra gli insulti, che capiva benissimo, e gli spintoni. Magro, stanco, stempiato, la barba lunga, gli abiti lisi, ormai non era più riconoscibile.
Lui, lo spirito ribelle, ha cercato la fuga. Inseguito dalle forze dell’ordine (sa zustìssia), con i cani, armata fino ai denti; non si sa bene come, saltando l’alto muro di cinta percorso da vetri e punte di ferro, per fatalità, ha battuto la testa contro una roccia, lasciandolo ormai privo di vita. Lui che aveva affrontato a testa alta le bardane, con sprezzo del pericolo e lo sguardo fiero, che aveva schivato le fucilate persino delle temute Compagnie dei Barrancelli. Giaceva a terra privo di vita. Un passante, ormai vecchio, lo riconosce.
Ora la madre lo tiene fra le ginocchia. Intorno le vecchie del paese, le vicine di casa vestite a lutto (sas tzias de bichinadu chintas de nigheddu). Lo piangono e lo cantano, con un modo antico, ancestrale, di piangere i propri morti. "S’attitu" o "attitidu", il pianto funebre riservato alle donne. Non era più accaduto. Se n’era persa la tradizione. Loro, le custodi di questa usanza ormai persa ed inghiottita nei meandri della "civiltà". Le parole cantate hanno lo stesso ritmo e la stessa metrica della ninnananna, una metrica in quartine, alla fine di ogni quartina, aggiungono l’intercalare: Ohi! coro de s’anima mia! (Ohi! cuore dell’anima mia!). Le movenze assomigliano all’allattamento, nel tentativo quasi magico di ridargli vita. Lo cantano e lo piangono. Come un condottiero di altri tempi, Principe del Bosco, entrato nella leggenda.
"Su pitzinneddu est torradu a domo sua"
Il bambino è tornato a casa sua.
Per non ripartire più.


 "La Madre dell’ucciso"

Quest’opera fu realizzata nel 1907 dal grande scultore sardo Francesco Ciusa ad appena vent’anni ed esposta alla Biennale di Venezia.


Il Tempo scorre lungo i bordi

Su tempus currit a tretu de orus

Puita custus pentzamentus?
No est su de èssiri a solus
No seus andendi e torrendi a intru de una statzioni
e in custus murus no nci funt datas
ne nòminis ne corus atruessaus
Funt is paperis atacaus a is murus
Est su tempus chi currit a tretu de orus
Ascuta
dònnia cosa inoi aintru abetat unu sinnali
ddus podis lìgiri in is lìnias de sa manu
o in is facis tuas de tandus apicadas afùrriu
Funt is paperis atacaus a is murus
Est su tempus chi currit a tretu de orus
seus deu e tui imbaraus in custas cadiras
deu e tui in custas cadiras
abetendi
Apustis cumentzat su prùinu.

(traduzione nella variante campidanesa)

Il Tempo scorre lungo i bordi
– Massimo Volume –

Perchè questi pensieri?
Non è la solitudine
Non vaghiamo dentro una stazione
E su queste pareti non ci sono date
nè nomi nè cuori incrociati
Sono gli adesivi sulle pareti
E’ il tempo che scorre lungo i bordi
Ascolta
ogni cosa qui dentro aspetta un segnale
Puoi leggerlo nelle linee della mano
o nei tuoi volti passati appesi intorno
Sono gli adesivi sulle pareti
E’ il tempo che scorre lungo i bordi
Siamo io e te appoggiati su queste sedie
io e te su queste sedie
ad aspettare
Poi comicia la polvere


Lo scontrino

Fra i vari propositi che si era pre-fissato, trovava posto, non fra le prime priorità, quello di vuotare il suo portafogli e, quindi, vagliarne il contenuto: foglietti, scontrini, biglietti da visita, tickets vari, insomma tutto ciò che nel giro di diversi anni aveva trovato posto nelle tasche del portafogli (che in realtà veniva usato principalmente come portadocumenti).  Doveva farlo. L’aveva rimandato già da diverse settimane. Ma doveva farlo. Non buttava via mai niente, "non si sa mai", diceva. Così aveva fatto per le bollette di qualsivoglia origine, gas luce acqua telefono bollo revisione condominio, insomma tutte quelle carte che se non le conservi, quello li, lo Stato, che poi serve ad indicare tutto quel coacervo ed indistinto gruppo di enti società et similia che erogano servizi ma, ma!, arriva il conto; si, quello la, te li cerca…i soldi. Paranoie ataviche e forse inscritte nel dna, per cui bisogna sempre essere pronti a pagare, perchè Lui può chiederti "il suo credito" quando gli pare. Poi sarai tu a dimostrare che già lo avevi fatto. Comunque, detto questo (ogni tanto perdo il filo!), aveva deciso di buttare le cartacce che non gli servivano più. Aperto il primo scomparto, inclinato il portafogli in modo da farne uscire il contenuto, uscì e cadde, per terra, una quantità inverosimile di scontrini e accidenti vari. Riuscì a prenderne uno al volo. Lesse il contenuto. Pennello euro 2,50, spatola di ferro 1,80, cartavetrata per metalli euro 2,45 per fogli 5, euro 12,20 un baratolo di vernice nero brillante in gel (quella che non ha bisogno di acquaraggia).
Subito gli venne in mente quella giornata, quella dello scontrino. Lui era il cliente n. 3 di quella mattinata. Pazzesco le informazioni che ci stanno in pochissimi cm. quadrati. Ricordò quella mattina. Entrò nel negozio di ferramenta, appena dopo l’apertura. C’erano già due clienti. Il vicino di casa che lo salutò abbozzando un sorriso (uomo di poche parole) ed un ragazzo mai visto prima, vestito con una salopette da lavoro, t-shirt con l’immagine di un gruppo metal, scarponi antinfortunistici con i lacci. Dopo che il commesso servì i due, arrivò il suo turno. Aveva la lista scritta in un foglietto. Tutto l’occorrente per pitturare il cancello dell’ingresso di casa. Un cancello nero in ferrobattuto, ormai preda della ruggine che (parafrasando un noto brano di Neil Young) …non dorme mai.
Messo il materiale nella busta di plastica si recò subito a casa. Il giorno era senza vento, non afoso, insomma l’ideale per verniciare. Iniziò subito l’operazione di pulitura e scartavetratura della superficie ferrosa.
Era il primo giorno di ferie. I pensieri lo tenevano occupato ed era una occasione buona per non parlare; di parole ne diceva già tante durante il giorno, con i conoscenti, la moglie e i figli, a lavoro coi colleghi. Cominciava ad esserne stanco. La parola doveva ora lasciare il posto all’azione (scartavetratura) e al religioso tacere. Di cantare poi non ne aveva voglia.
Questo ricordava vedendo dopo molto tempo lo scontrino, tenuto all’angolino, fra il pollice e l’indice. E questo lo impauriva, poiché al prossimo scontrino o documento, si sarebbe ripresentata puntuale l’immagine, o le immagini, dell’accaduto.
Ma lui voleva dimenticare. Anzi essere dimenticato. Ora che aveva iniziato un’altra vita, si una delle tante vite parallele che lo riconducevano sempre nei soliti posti di partenza. Ora lui, come altri, era tornato al luogo di origine. Nella terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo. Non stava scappando, anzi. Stava ri-tornando al luogo di origine dopo tanto peregrinare, lui, figlio, nipote, pronipote di quella gente che si era "perduta" dopo la grande e spaventosa onda che coprì, millenni prima, le terre del CAMP-DAN. Dopo il nulla. Le enormi Torri-di-pietra costruite dalla sua gente, scomparse sotto un profondo strato di terra limacciosa, e qua e la acqua, mare. Poi ancora pestilenze e carestie. Molti presero il largo con le ultime imbarcazioni disponibili. Quelli rimasti, organizzati in gruppi, si divisero le terre ponendo le basi, terribili, per faide che distrussero quel poco di buono che restava dei comportamenti fra comunità.
La moglie, quando gliene parlò, intendo dire, quando le disse che doveva "tornare" lo prese per pazzo. Non capiva, non poteva capire. Non voleva capire che era giunta l’ora di tornare al luogo-delle-tracce-perdute, in s’arrastu antigu che-i sas predas. Gli diceva che avrebbero perso tutto: il lavoro, la casa, il conto in banca, la posizione acquisita dopo anni di sacrifici e precariato.
Il crepitio delle fiamme, alimentate dai fogliettini si fece più intenso, lembi di carte alleggerite dal fuoco si levavano in alto, nere, accese, per poi ricadere sul pavimento.
Non era il caso di ricordare ancora. Ora era di nuovo a casa. Fuori soffiava un vento gelido, l’inverno era alle porte. Che sarebbe stato un inverno rigido lo aveva notato dal comportamento del gregge a giugno, in lampadas, raggruppate a piccoli gruppi, a fiotteddos, stranamente infreddolite. Quasi a segnalare l’imminenza di un inverno rigido. Questo strano comportamento animale lo ricordava dalle storie che raccontava suo nonno, anche lui pastore, ma che non ne volle sentire di partire, ancora, fra un continente e l’altro. Suo Nonno si lasciò morire, in quelle terre lontane, quando fu costretto a vendere il gregge, sa roba, perchè il proprietario terriero non rinnovò il contratto di affitto. Se ne fece una malattia. Diceva sempre "no est zustu, chie tenet terras non tenet roba, chie tenet roba non tenet tancas. Sa terra depet esser de chie la triballat" (non è giusto chi ha terre non ha gregge, chi ha gregge non ha terreni. La terra deve essere di chi la lavora).
Queste ultime immagini le vedeva fra le vampate del camino. Le ultime.
Poi s’addormentò. Prima dell’alba doveva essere in piedi per mungere.
Mentre il tempo scorreva, inesorabile.

(…)
vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai
che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l’impossibile osare
osare perdere
grande è l’impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
CI SI PUÒ SOLO PERDERE
(…)
da "Militanz" – CCCP Fedeli alla linea


Scusate ma…VOTO NO!

Senza grandi giri di parole, elucubrazioni cerebrali, circonlocuzioni in sindacalese, salti mortali linguistici, frizzi e lazzi, …VOTO NO

VOTATE E FATE VOTARE NEI SEGGI DELLA CONSULTAZIONE PRECARIA, MA ANCHE NEI SEGGI DEI SINDACATI CONFEDERALI….NOI VOTIAMO NO.


Che …"cioè" Guevara

  Inantis de totu siazes semper capassos de intender, in sas intrànnias bostras, cada inzustìssia fata contras de totus in cada ala de mundu: est sa menzus calidade de unu rebholussionàriu.
– Ernestu Che Guevara ( Lìtera a sos fizos)

  Siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.
– Ernesto Che Guevara (Lettera ai figli)

(…) grande è la confusione
 sopra e sotto il cielo
osare l’impossibile osare
 osare perdere
grande è l’impossibile
 osare la confusione (…)

da "Manifesto" (CCCP Fedeli alla linea)

un po di musica compagni!
Hasta siempre comandante(Carlos Puebla, 1965

(il testo lo trovi cliccando qui)

Il 9 Ottobre 1967, Ernesto Guevara, detto il "Che" (per la sua abitudine di pronunciare questa breve parola in mezzo ad ogni suo discorso, una specie di cioè), veniva assassinato da un gruppo di militari boliviani dopo la sua cattura .