Archivi del mese: giugno 2008

Segni nella sabbia.

Batore lo sapeva, lo sapeva e ne era certo. Quel raccolto non lo avrebbe visto nè, tantomeno, ne avrebbe sentito il profumo. Perché non era il profumo che voleva. Si,certo, era il profumo del risultato del lavoro delle sue braccia, ma aveva lavorato in una terra non sua, una terra lontana (forse vicina) alla "sua" Terra. Solo per oggi avrebbe accudito alla terra, il vento caldo annunciava l’estate alle porte, poi, una volta rincasato, avrebbe messo tutto in una borsa per partire verso il posto del "profumo". Al collo aveva da sempre un laccio di cuoio con un ciondolo "portafortuna" appeso, unu iscrapulàriu, una faccia in terracotta, che racconta di quel popolo. Lo tocca e lo sfrega fra il pollice e l’indice della mano destra, per farlo scomparire subito dentro la maglietta.
Invano, per tutta la vita, aveva cercato quel "profumo" particolare, su nuscu de domo mea!, il profumo di "casa" mia!, che prima il nonno poi, una volta scomparso lui, suo padre glielo avevano descritto quasi che il profumo potesse essere oggettivizzato, anzi divinizzato. Il profumo del raccolto della Loro Isola, del raccolto di quegli orti coltivati. Un profumo che mai aveva sentito ma che aveva impresso nella memoria, nel dna.
La storia raccontata dai suoi, anzi sussurrata a mezza voce quando era ancora bambino, mai più raccontata e imparata a memoria, per non uscirne più. Inserrada in conca, chiusa nella testa. Mai più ripetuta per evitare orecchie indiscrete di chi poteva riferire a chi voleva cancellarne ogni traccia. La storia raccontata in riva al mare e indicata con dei segni nella sabbia, cancellati subito dopo; segni elementari di uomini-capovolti, pugnali-doppi, cerchi-concentrici, copricapi-taurini e altri segni alfanumerici senza vocali.
La storia del suo popolo scritta nella sabbia e tramandata di padre in figlio, la storia di un popolo vinto, ma non per sempre. La storia di un popolo scacciato dalle sue case, occupate dagli invasori-occupanti, senza alcun titolo se non quello dettato dalle armi. Oggi pronto per ritornare in quei luoghi. Dove esattamente non si sa, almeno gli "altri" non lo sanno benché l’abbiano ri-cercata per saccheggiarla ancora. Lui si, lui sa, come tanti altri che tornano.
Oggi ha quella certezza, la certezza di sentire il profumo…portato dal vento…

(…)
nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero,
se, a volte, il vento ne ha il profumo
è come il fumo che non prendi mai!
(…)
(L’isola non trovata – F. Guccini)


Ritorno a Shaoshan

Torrada a Shaoshan
(làmpadas ‘chimbantanobe)
– Mao Tse Tung

Partèntzia pèrdia in su bisu
frastimo su ribu chi iscurret,
sa corte betza
trintaduos annos faghet.
Banderas rùbias trochizadas
in sa lantza de sos ischiabos massajos,
manos nigheddas artiaban cara a susu
sas frunzas de meres tirannos.
Gràssias a sos sacrifìssios,
a medas boluntades firmas,
abiamus arriscau cumandare a luna e sole
de nos darrer unu chelu nobu.
Cuntentu ampànio de rosu e abisedda
milli undas grabes,
dae cada logu sos eroes
achirran in su merie afumau

(su bintichimbe de làmpadas de su ‘chimbantanobe Mao torrabat a Shaoshan.
Fut istètiu indedda dae custu logu po nessi trintaduos annos)

 

Ritorno a Shaoshan
(Giugno 1959)
Mao Tse Tung

Partenza perduta nel sogno
maledico il fiume che scorre,
il vecchio cortile
trentadue anni fa.
Bandiere rosse arrotolate
sulle lance degli schiavi contadini,
nere mani levavano alte
le fruste dei tirannici padroni.
Grazie ai sacrifici,
e tante ferme volontà,
osammo comandare a luna e sole
di darci un nuovo cielo.
Felice osservo di riso e fagioli
mille onde pesanti,
da ogni dove gli eroi
scendono nella sera fumosa

(il 25 giugno 1959 Mao tornava a Shaoshan.
Era stato lontano da questo luogo per ben trentadue anni)


Attica = Resistenza

"Quel che mi ha colpito forse prima di tutto ad Attica è l’entrata, questa specie di fortezza fittizia in stile Disneyland. Dietro questo paesaggio grottesco che schiaccia tutto il resto, si scopre che Attica è una immensa macchina. E’ questo aspetto macchina che maggiormente colpisce, questi interminabili corridoi pulitissimi e ben riscaldati che impongono a coloro che li percorrono delle traiettorie ben precise, calcolate evidentemente per essere le più efficaci possibile e al contempo le più facili da sorvegliare, le più dirette. (…)
Questo parole sono l’inizio dell’intervista  rilasciata da Michel Foucault dopo la visita a "Attica Prison", nel 1972.

Michel Foucault, colui che scrisse "Sorvegliare e punire", una lettura importante per chi vuol capire cosa è il carcere, la galera. E li non ci vanno a finire solo delinquenti incalliti, i down by law. In sardo si dice spesso "Giustìssia benzat, a mime non tochet", giustizia venga ma che non tocchi a me. Quasi con un’idea simil forcaiola, la galera esorcizzata ma al tempo stesso esortata come rimedio e panacea ai mali della società. E quì mi potrei dilungare sulla saggezza popolare e gli accidenti, altrimenti detti "irrocos", all’insegna di chi non si sopporta, quali ad esempio…"Sa giustitzia ti ndi pinnighit" o ancora "aciotau sias" (da "el azote" la frusta della giustizia spagnola che in Sardegna ha dominato per due secoli. Quindi riprendendo le fila del discorso, è un caso, già un caso!, che non ci siamo finiti dentro. Anche perchè non c’è da stare tranquilli di questi tempi dove il vento della reazione soffia fortissimo, anche in seguito alla legislazione dopo quel nine-eleven che ha cambiato il mondo e lo ha ripensato sotto la regia dei G8. Basti pensare cosa è il Decreto-Pisanu, per capire di cosa parlo.
 
Ma andiamo con ordine. Attica cosa rappresenta, cosa ha rappresentato, ma sopratutto di cosa stiamo parlando. Attica è un carcere di New York. Attica è l’emblema delle rivolte carcerarie. La rivolta dei prigionieri in seguito alle disumane condizioni carcerarie e alla ferocia e razzismo dei secondini repressa nel sangue.
John Lennon compose "Attica State" inserita in "Some Time In New York City". Frederic Rzewski con "Alter Ego " ne ha dato un taglio classico. Mentre Archie Shepp compose un album che resta un monumento nell’universo jazz, "Attica Blues", ascoltare per credere.

Piluccando in rete scopri, nello sconfinato materiale, che "… nel 1971, ai detenuti di Attica era concesso un rotolo di carta igienica per persona al mese. Potevano fare una doccia alla settimana. Ai musulmani neri non era permessa alcuna cerimonia religiosa e qualsiasi tipo di riunione nel cortile della prigione con più di tre musulmani era punibile con l’isolamento. La maggior parte delle portate sia a pranzo sia a cena includeva carne di maiale. La biblioteca della prigione non possedeva quotidiani, ma alcuni prigionieri si erano abbonati a proprie spese ad alcune riviste, da cui le guardie sistematicamente ritagliavano qualsiasi articolo che trattasse questioni legate ai prigionieri e ai loro diritti.

Oltre al materiale librario che si trova, ma anche in rete agevolmente da scaricare nei diversi formati (vedi ad es. "Dossier tortura – Un’analisi di H. Bruce Franklin, University of Rutgers, New Jersey – Le prigioni americane e la normalizzazione della torturadi"), ho beccato questo sfizioso e interessante articolo della Compagna Panthera Silvia Baraldini sugli "Attica Brothers" e sulla storia di questo terribile penitenziario.
Buona lettura, ve la consiglio caldamente.
Saludos

1971: la lotta degli "Attica brothers" per i diritti umani dei detenuti.
Quattro giorni che hanno cambiato il sistema penale statunitense

Nel lontano settembre 1971, il nove del mese, i detenuti della prigione statale di Attica, New York, si ribellarono: 1.289 uomini si trasformarono nei protagonisti di una rivolta che in quattro giorni cambiò profondamente il sistema penale statunitense. Il loro sacrificio rimane tuttora il simbolo più eloquente della lotta per il riconoscimento dei diritti umani dei detenuti. Per sottolineare i valori di umanità, i ribelli iniziarono a chiamarsi brother, fratello, e fino ad oggi sono conosciuti con il nome collettivo di "Attica brothers".

UN’ONDATA INCONTROLLABILE
Riunitisi nel D-yard, ossia nel cortile D, una delle quattro aree di passeggio del carcere, i Brothers riuscirono, attraverso le reti televisive, a comunicare direttamente con il mondo esterno: per la prima volta il pubblico americano venne a conoscenza della realtà nascosta dietro le mura della prigione. Fin dalla primavera del 1971 i detenuti di Attica avevano diffuso un manifesto che conteneva precise richieste di miglioramento delle loro condizioni. Dopo mesi di frustranti trattative con il direttore del carcere, Vincent Mancusi, e con il direttore del Dipartimento penale dello Stato di New York, Russel Oswald, nella sezione più dura il malcontento esplose con un impulso di rabbia incontrollabile. Un agente penitenziario finì per pagare con la vita il fatto che i detenuti si erano convinti che il direttore stesse prendendosi gioco di loro. Immediatamente altri undici agenti furono presi in ostaggio, come garanzia per ottenere dall’amministrazione un’amnistia. È Michael Smith, l’unico ostaggio sopravvissuto, che ha descritto i primi momenti della rivolta come “un’ondata incontrollabile di emozione umana”.

LE RICHIESTE "ANTIMPERIALISTE"
La forte partecipazione da parte dei detenuti politici e di quelli della comunità islamica aiutò a ristabilire ordine e disciplina tra i Brothers e salvaguardò, fino all’assalto da parte delle forze dell’ordine, la vita degli ostaggi.
Uno dei primi ordini del giorno approvato dai detenuti fu la scelta di un capo interno per il servizio di sicurezza e la stesura di un documento contenente i loro principali obiettivi; i Brothers espressero ventotto richieste che riguardavano soprattutto il vitto, i contatti con i familiari, le visite coniugali, la sanità, l’accesso ai corsi d’istruzione, il diritto alla pratica religiosa per tutte le fedi, in particolare per quella musulmana.
Ma le richieste più importanti furono le ultime tre, le cosiddette richieste “antimperialiste”, cioè l’amnistia per tutti coloro che avevano partecipato alla rivolta, la sostituzione del direttore, Victor Mancusi, il trasferimento, per quelli che lo desideravano, in un paese “antimperialista”.

LA BATTAGLIA DI ATTICA
Per quattro giorni Herbert X Blyden e gli altri rappresentanti dei detenuti tentarono disperatamente di arrivare a un accordo con le autorità. Una soluzione pacifica sembrava vicina, specialmente dopo l’intervento di illustri personaggi come Herman Badillo, un deputato del Bronx, l’avvocato William Kunstler e l’opinionista del "New York Times" Tom Wicker. Invece il 13 settembre il governatore dello Stato, Nelson Rockfeller, diede l’ordine di sgombrare ad ogni costo la prigione. L’assalto cominciò alle 9,46. Per tre ore le forze dell’ordine – gli agenti penitenziari, la polizia locale, la guardia nazionale – spararono senza freno sui Brothers. Nei giorni seguenti i partecipanti alla ribellione furono torturati. Frank Smite, il capo del servizio d’ordine, Akil al-Jundi e Richard X Clark, i membri più noti della comunità islamica, insieme ai negoziatori e ai detenuti politici, subirono un trattamento particolarmente brutale. L’indimenticabile L.D Barkeley e Sam Melville, membro del Movimento contro la guerra in Vietnam, morirono dissanguati.
I morti furono trentanove, tra cui i dieci ostaggi, e i detenuti feriti ottantanove. Fu il sanguinoso bilancio della “battaglia di Attica”, che la commissione Mackay, incaricata di indagare sugli avvenimenti di D-Yard, descrisse come “lo scontro più sanguinoso tra americani, nell’arco di una giornata, dai tempi della guerra civile”.

I DETENUTI RACCONTANO LA "LORO" VERITÀ
Durante un recente viaggio a Roma, Frank Smite ha ricordato quei quattro giorni e la lotta per ottenere il riconoscimento ufficiale delle torture subite dai detenuti: per oltre ventotto anni Frank Smite e Akil al-Jundi, deceduto nel 1997, sostenuti da un piccolo gruppo di avvocati democratici, hanno portato avanti la loro causa, contrastati dai rappresentanti dello Stato di New York, che non volevano pagare alcun indennizzo per i danni causati, né tantomeno ammettere le loro responsabilità.
Finalmente il giudice federale Michael A.Telesca è riuscito a raggiungere un risultato per il quale allo Stato di New York è stato ordinato di risarcire i detenuti che all’epoca erano presenti nella D-Yard ed erano stati torturati, condizioni che il giudice Telesca ha riconosciuto a cinquecentodue detenuti, cui è stata anche offerta l’opportunità di raccontare la propria verità su Attica.
L’invito del giudice è stato raccolto da duecento persone, detenuti e non, la cui testimonianza è stata riconosciuta come attendibile, in certi casi addirittura riduttiva rispetto alla drammaticità dei fatti stessi.
Per i sopravvissuti di Attica poter parlare delle torture subite e vederle riconosciute dal crisma ufficiale di una sentenza che ha riconosciuto le loro ragioni, ha rappresentato la possibilità di chiudere con una lunga fase di sofferenze, di aprire la propria esistenza a un nuovo inizio.

CONQUISTE IMPORTANTI
Frank Smite, forse il più torturato dagli agenti, descrive con queste parole l’odissea degli Attica brothers: “La nostra lotta ha cambiato il sistema carcerario americano. Solo dopo Attica abbiamo potuto ottenere l’autorizzazione alle telefonate con i familiari, a colloqui senza gli schermi di separazione; e i nidi per i nostri bambini, la possibilità di incontri, il fine settimana, per l’affettività con il partner, di aumento dei salari per il lavoro ”.
Ma i cambiamenti forse più importanti riguardano l’arruolamento di agenti provenienti dalla comunità Afroamericana e latina. Mai più in una prigione degli Stati Uniti si potrà ripetere quello che ad Attica era prassi comune, la popolazione carceraria per il 63% di colore e gli agenti al 100% bianchi.
Furono anche sanciti il diritto all’istruzione fino alla laurea universitaria e le cure sanitarie fornite da personale qualificato.
Purtroppo Frank Smite non ha potuto celebrare queste importanti vittorie con le persone a lui più care: Akil al-Jundi, Herbert X Blyden, Roger Champen, Bernard Stroble e Dalon Ababi sono deceduti aspettandole.

UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE
I sedici miliardi di risarcimento che il giudice Talesca ha riconosciuto ai Brothers costituisce una misera ricompensa, rispetto a quanto essi hanno dovuto sopportare collettivamente. Ma è anche vero che – come Smite ama ripetere – Attica ha trasformato la loro esistenza: “Ci ha insegnato che lottare contro l’ingiustizia non può avere alcun limite. E che i colpevoli devono pagare ”.
Nel caso di Attica, alla vittoria morale e ai cambiamenti del sistema carcerario si aggiunge il fatto che è stato fissato il più alto risarcimento mai concesso a un gruppo di detenuti.
In un paese con oltre due milioni di persone in carcere, mantenere vivo quello che i Brothers hanno insegnato è essenziale. Purtroppo c’è oggi la tendenza a tornare alle condizioni di prima della rivolta. Forse il sistema ha dimenticato che la repressione può solamente alimentare nuove ribellioni e una nuova resistenza.

Da Guerra&Pace N.77
Silvia Baraldini


E' oggi

Est oi

Est oi: totu s’ariseru si ndi fut andau orruendi
aintru is didus de luxi e ogus de bisu,
cras nd’at a arribai cun passus birdis:
nemus frimat s’arriu de s’obrèscida.

Nemus frimat s’arriu de is manus tuas,
is ogus de is bisus tuus, beniamada,
ses tremulia de su tempus chi passat
intre luxi fàcias a bàsciu e soli scuru,
e su xelu serrat fàcias a tui is alas suas
portendudì, pinnighedudì in is bratzus mius
a tempus, misteriosa curtesia.

Po i custu cantu sa di e sa luna,
su mari, su tempus, totus is pianetas,
sa boxi tua de mengianu e sa carri tua de notti.

E’ oggi

E’ oggi: tutto l’ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell’aurora.

Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,
e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.

Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna

– Pablo Neruda
(pseudonimo di Ricardo Eliecer Neftalí Reyes Basoalto (1904 – 1973)

furriada in lìngua sarda in sa varianti campidanesa (tradotta in sardo nella variante campidanesa)