Archivi del mese: settembre 2009

Biblioteche sarde: sciopero!

Piluccando qua e la in rete ho scovato(nel blog di giampaolo Cassitta)  una notizia piuttosto singolare, lo sciopero dei bibliotecari sardi.
Ci sarà una prima giornata di mobilitazione il 1/X/2009 a Cagliari (Ore 10,00 Sala della Società Umanitaria in Viale Trieste 118).

Ecco perché:

"Una ROAD MAP per le biblioteche sarde
Prima giornata di sciopero dei bibliotecari della Sardegna

La promozione della pubblica lettura è ritenuta da tutti uno dei servizi sociali fondamentali, tanto più importante ed essenziale in territori come la Sardegna da sempre costretti a soffrire marginalità e ritardi.
Le Biblioteche sarde sono da sempre l’esempio di ciò che si può efficacemente offrire ai cittadini nel campo dell’informazione, della cultura, della formazione continua, della diffusione dei servizi telematici e delle nuove tecnologie.
Ciononostante, noi bibliotecari dobbiamo con rammarico constatare che la nostra azione e il nostro lavoro non hanno assunto presso i legislatori e le istituzioni pubbliche di riferimento un carattere strutturale, vale a dire, precisamente configurato e riconosciuto; siamo perciò costretti a segnalare ancora una volta con forza i problemi che attanagliano il nostro settore e di conseguenza il nostro stesso futuro lavorativo.
Da oltre 22 anni il 60% delle Biblioteche, il 100% dei Sistemi bibliotecari cioè gran parte dei servizi di gestione e catalogazione sono in affidamento ad operatori privati organizzati in cooperative e società; dopo tutto questo tempo sarebbe stato doveroso che l’azione e il lavoro nostro e delle nostre società, assumesse un impianto istituzionale adeguato; al contrario, questa realtà, invece di essere valorizzata, promossa, riconosciuta, dopo un ventennio assume sempre più carattere provvisorio
Negli ultimi cinque anni e con un crescendo di ritardi ed improvvisazione, il settore è stato condizionato dal punto di vista legislativo ed economico da troppe proroghe e da continui ritardi nei pagamenti; dieci gli atti di rinvio parziale adottati dal 2004 ad oggi dalla Regione Sardegna: il numero evidenzia, da solo, in modo emblematico, il peso sopportato dai lavoratori e oggi peraltro divenuto insostenibile.
La legislatura appena iniziata non sembra essere nata sotto diversi auspici:
– la Legge finanziaria 2009 aveva letteralmente dimenticato lo stanziamento riguardante i progetti delle biblioteche per gli anni 2009, 2010, 2011, 2012.
– il recente "Collegato" (D.L. 32/A Art. 9 c. 5), preannunciato come risolutivo, ha "riparato" appena alla dimenticanza precedente ma non ha voluto neanche prendere in considerazione i nuovi maggiori costi derivanti dall’applicazione del CCNL Federculture per non parlare della surrettizia modifica dell’art.21 della L.R. 14/2006 che introduce e prefigura (forse in contrapposizione a noi) un ruolo del volontariato nel settore culturale.
Eppure basterebbe, sarebbe bastato poco per risolvere tale situazione; sarebbe bastato riconoscere alle aziende il loro ruolo di soggetti creatori di valore aggiunto; il loro ruolo fondamentale nell’organizzazione e nella gestione delle risorse umane, tutto quello cioè che in questi anni è stato fatto ed ha portato al sistema bibliotecario regionale che oggi conosciamo ed apprezziamo e di conseguenza, una volta per tutte, provvedere all’erogazione di equi, giusti e certi finanziamenti.
Le crisi ricorrenti del settore ruotano invece da anni intorno ad una grande anomalia: il legislatore pretende di far funzionare il comparto delle biblioteche senza nessun riconoscimento dei costi aziendali, ma remunerando il solo costo del lavoro (peraltro in base a tariffe ormai da anni arretrate).
Paradossalmente non è in gioco una partita di tipo economico; quello che chiediamo corrisponde infatti al costo di poche centinaia di metri di marciapiede. E’ in gioco un principio, un tabù che politici, amministratori, funzionari non hanno inteso finora superare quasi che nella vita normale ci si possa permettere di entrare in un qualsiasi esercizio commerciale e pretendere di pagare i prodotti al solo prezzo di costo.
La situazione appare irrimediabilmente complicata; tutte le diseconomie del settore sono state puntualmente scaricate sulle cooperative; la competitività è completamente esaurita; a rischio vi sono le aziende e i lavoratori.
Per tutte queste ragioni non sembri eccessivo evocare una road map per le biblioteche sarde; chiedere un immediato e definitivo confronto tra le parti (Consiglio e Giunta regionale, Enti locali, cooperative e lavoratori) è per noi un obiettivo irrinunciabile.

Quanto detto vale per dichiarare lo stato di agitazione del settore che vedrà una prima giornata di mobilitazione il giorno 1 ottobre a Cagliari (Ore 10,00 Sala della Società Umanitaria in Viale Trieste 118).

Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò

Gentile Assessore
Sedici cooperative e società occupate nella gestione di Biblioteche ed Archivi della Sardegna hanno deciso di proclamare una giornata di mobilitazione per il prossimo 1 ottobre. La nostra iniziativa non vuole avere carattere polemico ne nasconde risvolti di tipo politico.
Con questo spirito la invitiamo a partecipare ed intervenire al dibattito che si terrà il giorno 1 ottobre alle ore 10.00 presso la Sala della Società Umanitaria in Via Trieste, 118 a Cagliari. Il documento che alleghiamo spiega sufficientemente le ragioni del disagio che oltre trecento lavoratori vivono oramai da troppo tempo. Noi confidiamo nel suo interessamento e sulla sua presenza.
21 settembre 2009
Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò


Le città sottili

Le città sottili
(da "Le città invisibili" di Italo Calvino)

Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; si intravede in basso il fondo del burrone.
Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra,sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.
Sospesa sull’abbisso, la via degli abitanti d’Ottavia, è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.

Sas tzitades istrìziles
(dae "Sas tzitades invisìbiles" de Italo Calvino)

Si mi bolies crèdere, bonu. Como bos apo a narrer comente est fatta Ottàvia, tzitade taddaranu. B’est unu gorropu in mesu de duos montes in d’unu ispèntumu lezu: sa tzitade est in su bodiore, presa a sos duos ischinales cun funes e cadenas e coladòrjos. Si caminat supra sa traversinas de linna, dande cara a non ponner sos pedes in bòdiu intremesu, o ti depes acantzare a sas màllias de cànapa. In suta po chentinas e chentinas de metros non b’est nudda: colat carchi nue; in bassu si biet su fundale de su trèmene.
Su fundamentu de sa tzitade est custu: una napa chi serbit po colare e po si toloire. Totu s’àteru, imbetzes de andare cara a susu, arrumbat conca a bassu: iscalas de corda, àmacas, domos fatas a forma de balleta, apicayones, terratzos comente naveddas, buzas de aba, bìculos de gas, fùrriaispidos, isportas apicadas a ispagu, gruetas, dòcias, trapètzios e aneddos po jocare, telefèricas, lampadàrios, vasos cun matichedas cun fozas cara a josso.
A mesu tretu in su gorropu, s’àndala de sa zente de Ottàvia, est prus pagu in arriscu de àteras tzitades. L’ìschen ca prus de tantu no aguantat.

Che non stia parlando della nostra società?

le città invisibili
da wikipedia
da liberoonweb
biografia


Il cane mi domanda

No parit berus cantu mi costat curiosadadi custa poesia de Pàulu Neruda. Po nàrriri sa beridadi no dd’ia mai lìgia. S’amiga mia blogadora Nheit dd’at posta s’atra di in domu sua e m’est pràcia meda. A primìtzius apu circau de dda furriai in nuoresu, ma mi parit ca sonat mellus in sa varianti campidanesa. Cumenti ligis si bidi custu cani gioga gioga in sa cea cun Pàulu a cumenti chi siast biendi unu filmi, perou ligendi intendis fintzas is fragus e is nuscus.
Castiai, dònnia borta chi lìgiu poesias de Neruda abarru spantau. Inoi si bidi sa mannesa de custu poeta, difatis po i custu arrengràtziu Nheit chi at tentu sa sensibilidadi de pònniri custa poesia.
Candu fia piticheddu babbu teniat unu cani maremmanu biancu a pilu longu cun amàncias colori de crema, dònnia tanti càstiu una fotografia anca nci seus deu babbu e su cani maremmanu, deu prexau che pòlixi gioga gioga cun su cani, e babbu donendumì a cura, a chini no at tentu cani, o no ddi pracit a ndi chistiri unu, no scidi ita seu nendi. Mi parit ariseru ma su tempus si nd’andat, bai e circa inui. Is arregodus serbint fintzas po un agiudu a sighiri a andai ainantis, in custus tempus lègius prenus de genti prepotenti e villiaca. Ma nosu sigheus a caminai a conca in artu. Po cras gi dd’eus a biri.

A si biri

ODI A SU CANI

Su cani mi pregontat
deu no arrespundu.
Sàrtiat, currit in is pardus e mi pregontat chentze chistionai
e is ogus suus funt duas preguntas ùmidas,
dus fogus iscallaus chi domandant
e deu no arrespundu, no arrespundu puita no sciu,
no potzu nàrriri nudda.
In sa cea isparta andaus òmini cun cani.
Luxint is follas cumenti chi calincunu ddas essat basadas unas a unas,
nascint de fundu totus is aràngius a nci collocai pianetas piticus
in matas tundas che sa notti, e birdis,
e nosu, òmini e cani, andaus a fragai su mundu, a scutullai su truvullu,
in su monti cilenu, in mesu dei is didus lìmpius de cabudanni.
Su cani si frimat, sighit is abis, sartiat s’àcua tebida timi timi,
ascutat tzaulus de atesu meda meda, pisciat a pitzus de una perda,
e mi nci portat sa punta de su murru, a mimi, po arregalu.
Est sa friscura amorosa, su modu suu de nàrriri ca mi bolit beni,
e giustu inia m’iat domandau cun dus ogus suus,
puita est a de dii, puita at a bènniri sa notti, puita su beranu
no iat portau in sa sporta nudda po is canis a trevessu, foras de inùtilis froris, froris, froris e froris.
E aicci mi pregontat su cani
e deu no arrespundu.
Andaus impari òmini e cani de mengianu birdi,
de sa solitudini bùida de isfida in sa chi ddui seus sceti nosu,
custa unidadi tra cani cun arrosinedda e su poeta de padenti,
puita no esistit su pilloni cuau,
nemancu frori segretu, ma sceti trillus e nuscus po i duus cumpàngius:
unu mundu ùmidu de is istiddiaduras de sa notti,
una galleria birdi e poi una cea manna,
cropus de bentu forti colori de aràngiu,
su pissi pissi de is arraixinas,
sa vida chi bandat ainantis,
e s’amighèntzia antiga,
sa cuntentesa de èssiri cani e de èssiri òmini mudau in d’unu animali sceti
chi caminat movendi
ses francas e una coa
cun arrosu

=Pablo Neruda=

"Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e mi domanda senza parlare
e i suoi occhi sono due richieste umide,
due fiamme liquide che interrogano
e io non rispondo, non rispondo perché non so,
non posso dir nulla.
In campo aperto andiamo uomo e cane.
Brillano le foglie come se qualcuno le avesse baciate a una a una,
sorgono dal suolo tutte le arance a collocare piccoli planetari
su alberi rotondi come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena, fra le limpide dita di settembre.
Il cane si ferma, insegue le api, salta l’acqua trepida,
ascolta lontanissimi latrati, orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso, a me, come un regalo.
E’ la sua freschezza affettuosa, la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese con i suoi due occhi,
perchè e’ giorno, perchè verrà la notte, perchè la primavera
non portò nella sua canestra nulla per i cani randagi, tranne inutili fiori, fiori, fiori e fiori.
E così m’interroga il cane
e io non rispondo.
Andiamo uomo e cane uniti dal mattino verde,
dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada e il poeta del bosco,
perchè non esiste l’uccello nascosto,
ne’ il fiore segreto, ma solo trilli e profumi per i due compagni:
un mondo inumidito dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità d’essere cane e d’essere uomo trasformata in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe e una coda
con rugiada
."


Il custode dei ricordi

Il caldo durante la giornata non accenna a diminuire. La notte, invece, è fresca. La mattina, poi, subito dopo l’alba, è meravigliosa, la rugiada nei campi che esalta i profumi del finire del periodo estivo, le more i fichi l’uva matura. Settembre viene chiamato, nella “Terra in mezzo al grande mare tondo”, ”cabudanni" (o "capidanne") con una etimologia latina abbastanza chiara: caput anni, capodanno. L’8 settembre, infatti, segna l’inizio della nuova annata agraria, quindi il rinnovo dei contratti agrari secondo un uso costante millenario. I pastori, e i contadini, privi di un proprio "capitale", di terreni e/o animali, ne approfittano per rinegoziare le condizioni contrattuali, ovviamente a livello verbale, a voce, perché la parola, "su fueddu", è più importante della carta bollata, almeno negli ambienti rurali. C’è anche chi decide di cambiare il "datore di lavoro" (cun d’unu meri nou). Magari riuscendo a sistemarsi laddove "sa tràmuda", la transumanza, non è prevista, perché i pascoli sono posti in territori dove il clima è mite quasi tutto l’anno.
Tutte queste considerazioni gli rimbalzavano in testa mentre si trovava ad impiegare il suo tempo in qualità di custode dei ricordi, "chistidori de arregodus".
Il tempo, quindi, scorreva lento, scorreva "lungo i bordi" (parafrasando il titolo di un brano dei Massimo Volume). Già il tempo, uno spazio utile per ricordare e "cementare" ricordi, storie, accadimenti e fatti. Propri o altrui. Non importa. Comunque ricordi. Lui era "il" custode dei ricordi. I suoi, certamente, li aveva chiari nitidi inossidabili, ben catalogati e ricchi di particolari. Gli altri, sentiti dalla viva voce degli autori delle vicende, o perché presente, ovvero di seconda mano, erano un po’ meno ricchi di elementi. Ma col tempo anche questi venivano sistemati, completati, si assestavano.
Le storie, cronologicamente parlando, erano recenti e, via via, più lontane, remote, "contus de meda". Ricorda di se a 14 anni quando pascolava maiali per conto di un suo lontano parente, nella piana delle zone centrali, immerso nella gàriga che contraddistingue i  terreni percorsi dal fuoco. In cambio, per paga o gratitudine, otteneva una razione di cibo che settimanalmente gli veniva recapitata a mezzo di altri "tzeracos" come lui, oltre a dieci agnelle per la costituzione del suo gregge, visto che in prospettiva voleva mettersi in proprio, un paio di scarpe di campagna ("cosìngius"), un sacco incerato contro le intemperie (su saccu de monti), unito all’abbigliamento minimo, più un cambio. La notte la passava in una sorta di "pinnetu", anche se era meglio starsene fuori, per evitare che gli abigeatari lo sorprendessero nel sonno, chiudendo l’unica via d’uscita. Insomma non poteva lamentarsi. Altri stavano decisamente peggio.
Dunque "coltivava" i suoi ricordi e quegli degli altri. Gli piaceva sopratutto ricordare i racconti di chi partecipava alle corse dei cavalli, "sa carrela",  il giorno della festa principale del paese. Ma doveva serbare ricordo anche degli accadimenti spiacevoli. La scomparsa dei cari, anche in seguito a scontri di faide, oppure la partenza di chi andava verso il continente alla ricerca di un lavoro. Aveva un "sistema" per catalogare i ricordi: oggetti, attrezzi da lavoro, fotografie, frammenti di materiali di varia forma e peso, pezzi di stoffa colorata, o di orbace, ampolle, erano gli strumenti con cui poteva ricordare per raccontare. Tutti questi oggetti li aveva riposti accuratamente all’interno di una costruzione, del tipo post industriale dove nei secoli addietro si fabbricavano manufatti metallici di uso comune. Dentro erano presenti nicchie, mobili, tavoli, teche, oppure grossi chiodi di legno o ferro appesi alle pareti, vi si poteva accedere attraverso i quattro ingressi in vetrata colorata posti esattamente nei punti cardinali. Il fabbrico, avuto in eredità, si trovava al centro di un terreno alberato, di lecci e roverelle, nel pendio di un lato soleggiato di una collina, non lontano dall’abitato. Lui ci passava giornate intere secondo il ritmo delle stagioni. Questo posto, vale la pena di sottolinearlo, non era stato pubblicizzato, lo si conosceva per passaparola. Ogni tanto ci capitava qualcuno, ma non fortunosamente, semplicemente perché sapeva cosa cercava. Cercava i ricordi perduti o sbiaditi da rinfrescare. Si presentava ad uno degli ingressi, quasi sempre quello che dà ad est, ed il custode dei ricordi lo riconosceva immediatamente, dal tono della voce o dai tratti somatici. Gli diceva, in tono quasi confidenziale, "imbuca, fia abetendudì, càstia e circa su chi t’arregodat de prus" (entra, ti aspettavo, guarda ciò che ti fa ricordare di più). L’ospite, individuato l’oggetto, o la fotografia, lo indicava con un cenno della mano, oppure stava fermo, davanti, come imbambolato, quasi folgorato, dato che i ricordi scatenati si facevano sempre più nitidi sorprendendolo. Quindi, come per magia, iniziava a raccontare e a ricordare insieme al custode, arricchendo di particolari la vicenda narrata e ricordata. Capitava spesso che il visitatore, alla fine della storia, prima di lasciare il caseggiato, riponeva sul tavolo un oggetto o una foto, magari raccontando un’altra storia.
Scene del genere si ripetevano da tanti anni. nessuno del paese sapeva dove andasse il custode al calar del sole. Qualcuno avanzava l’ipotesi che abitasse li. Anche se nessuno aveva mai visto la luce filtrare dalle imposte della costruzione.
Un giorno, seduto in una sedia col fondo intrecciato di paglia di fiume, mentre guardava una foto, ingiallita, coi colori seppia ormai sbiaditi, trovava difficoltà a ricordare chi fossero le persone ed i luoghi raffigurati. Pensava, cercava di ricordarsi, si sforzava, a tratti sonnecchiava, forse sognava un poco, comunque intravvedeva il ricordo di un tale che serbava ricordi per raccontarli ai passanti, dimentichi del loro passato, che passava le giornate in caseggiato di un luogo chiamato Mas-Oneh ‘Branhu, un Paese che non c’è, arrivato attraverso la via dei transumanti, "Sa bia de is caminantis". A un tratto si accorse, vide, rammentò, o almeno credeva di rammentare, in quello ritratto nella foto all’interno di una costruzione ricca di oggetti e fotografie, che indicava una bisaccia in lana di capra, con tonalità di grigio appesa alla parete, a fianco di un tale di cui gli sfuggiva il nome ma che aveva già visto in passato più volte. Bene, quello, si proprio quello, sembrava lui, molte primavere addietro. Gli balenò improvvisamente un’idea, doveva andare alla ricerca di quel posto. Ma lui era già lì.


Cabudanni … settembre, sempre a precariare

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato…….
della precarietà