Archivi del mese: agosto 2010

notti sotto la pioggia

Così pensava il servo pastore.

… mentras chi murghiat in sa mandra, pensabat chi totu custu una die o s’àtera podiat esser acabau. Non prus ztzeracu acordau ma cun d’unu tazu suo a sa sola, intro de una tanchita cun cubile. Non prus notes de ifustura in mesu ‘e aba pròtina, chi sighiat a achirrare dae chelu ifundèndelu a tzirichinu …
(… mentre mungeva nel recinto, pensava che tutto questo un giorno o l’altro sarebbe finito. Non più servo pastore ma con un gregge tutto suo, dentro una piccola tanca con ovile. Non più notti bagnate sotto la pioggia, che continuava a scendere bagnandolo e inzuppandolo…)

Canto Del Servo Pastore
[Fabrizio De André)

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so

Quando la luna perde la lana e il passero la strada
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume
vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume

Sopra ogni cisto da qui al mare c’è un po’ dei miei capelli
sopra ogni sugara il disegno di tutti i miei coltelli
l’amore delle case l’amore bianco vestito
io non l’ho mai saputo e non l’ho mai tradito

Mio padre un falco mia madre un pagliaio
stanno sulla collina i loro occhi senza fondo seguono la mia luna
notte notte notte sola sola come il mio fuoco
piega la testa sul mio cuore e spegnilo poco a poco


Il Paese che non c'è – Mas-Oneh' Branhu – 3

Giunto sul posto, dopo ore di cammino, fra sentieri polverosi, immersi nel lentischio cisto e altri arbusti. Non può fare altro che tirare un respiro di sollievo. Qui e ora il tanto sospirato arrivo, è realtà, un presente tangibile, forse troppo bello per sembrare realtà, ma gli corre un lampo di riflessione, forse è nel mondo onirico, pensa, forse, “bah… mancu male”. La strada, un serpentello tortuoso, a volte in salita, a volte inseguendo il letto di un antico ruscello, ora secco, a tratti repentinamente verso il basso, “punta cara a zosso”. Strada irregolare che a punti definiti si interrompe per proseguire poco più in la. Interruzioni dettate dalla presenza di un masso o di una pianta. Poco prima immerso negli odori e nei profumi che lo ributtavano indietro negli anni, era tutto intento a ricordare e abbinare odori o profumi a circostanze, fatti, accadimenti, sensazioni forti o leggere. Sensazioni, ricordi, sbiaditi, come foto in bianco e nero, tolte dalla valigia dello zio quasi centenario di ritorno dall’Argentina, per morire nel letto della sua infanzia, fra i visi i suoni  e l’affetto dei pochi parenti rimasti. Tant’è. Pensava tra se … “ogni volta che sento l’odore del timo o del lentischio penso alla mia infanzia”. Ricordando di aver ricordato la stessa cosa innumerevoli volte. In altri frangenti che ormai non ha più senso rammentare o dargli una dimensione degna di apprezzamento. Questo lo pensava e lo pronunciava con un fil di voce. Mentre saliva e ridiscendeva il sentiero.
La strada era facile da trovare per chi, come lui, l’aveva percorsa tante volte, per chi ci aveva transitato con il gregge, di pecore o di capre. Oppure per chi aveva cercato erbe buone per cucinare o per preparare unguenti, medicine. Lui l’aveva percorsa innumerevoli volte, ma non era la quantità numerica di volte che importava, perché già dalla prima, magari quella fatta in compagnia col padre, già da quella, il tragitto restava inscritto nella memoria come le linee della tua mano, indelebili ed incancellabili. L’accesso alla strada era di una importanza vitale, fondamentale, per fare ritorno al tuo paese, al luogo di provenienza, all’origine dell’origine delle tue radici, de sas arradighinas profundas. Percorrere la strada era già in se un viaggio, la meta era solo il termine del tragitto, non la prospettiva. L’arrivo era, infatti, il ripassare, il ricordare, il rielaborare, la strada, “s’àndala”. Già quello era, ed è, ossigeno per il cervello, linfa vitale per proseguire il cammino, il tuo cammino, il tuo percorso interiore e spirituale.
La strada non era rintracciabile, quindi, nelle cartine, manco in quelle militari, perché non era transitabile agevolmente, in guisa che ormai restava solo il passaggio per una persona .Per chi infatti conosceva il percorso poteva praticarlo anche di notte, perché quello che importava era seguire l’orientamento dettato dalla praticità acquisita nella frequenza. Dopo tanti anni, però, restava solo una sorta di ricordo istintuale, e quello bastava a destreggiarsi con sicurezza. I punti di orientamento ovviamente erano tanti: il forte profumo di timo ti rassicurava sul punto di svolta a destra verso la discesa ripida del vecchio ruscello, mentre, ad un forte sibilo del vento, ti soccorreva il ricordo della vecchia quercia scavata dal tempo da fulmini, dentro cui il vento penetrava con forza nelle giornate di forte maestrale, e dava una tonalità differente, invece, dal suono meno soffocato dello scirocco. Ecco dopo quel suono, quel sibilo, arrivare alle prime case era un gioco, bastava lasciarsi trasportare dalle note, i piedi andavano da soli, verso la meta, in un turbinio di sensazioni tali che il vento è un fiume che ti trascina, ma tu sei il vento. Tu sei quello che ti condurrà verso il dove programmato, che ti necessita fortissimamente. Ricorda, fra un passo e l’altro, aneddoti su chi aveva, invano, cercato di arrivarci da solo, per la curiosità di vedere, o scoprire, questo Paese non segnato nelle carte, ma vivo e vitale. Il ridere irrefrenabile quando alla domanda sul percorso da fare si sentiva rispondere che bastava seguire un Un gregge in transumanza proveniente da Gah’Dni o da Aì’Sharah; nomi che nel richiedente suonavano strani se non mistici o orientaleggianti. Il luogo dai più cercato, spesso mai trovato, è quello dove il tempo si è/era fermato, ma nonostante tutto scorreva. Chi ci abitava non era lo stesso dei tempi passati, ma aveva una somiglianza impressionante, una bisura, a chi aveva abitato i luoghi cento e più anni prima, forse di ritorno, oggi, da peregrinazioni e finalmente a casa, in domo tua. Altri ne sarebbero arrivati, allo stesso tempo altri sarebbero ri-partiti, lasciando intatto il numero dei residenti. Già stare a sentire le launeddas di tziu Gutzurei, is nodus, i di-da-di-di-da-de, che escono dalle tre canne, bastava a riempirti di una strana e benefica sensazione di stupore. A questo ovviamente si pensava mentre si percorreva il sentiero, ma anche a tutte le altre sensazioni perdute, nelle transumanze, passate e presenti, e riconquistate nell’arrivare al luogo, o al non-luogo, se si vuole. Oppure il pensare che tutto ciò che si sente o si vede o si percepisce è il vuoto, colmato in uno spazio temporale vicinissimo.
Giunto sul posto, quindi, ripercorre i gesti studiati e mandati a memoria da tanti altri Lui. Sotto la figura antropomorfa dell’ingresso all’abitato raccoglie sassi, apparentemente senza forma o dimensione degna di nota, di interesse. Invece quei sassi raccolti, uniti come le tessere del domino, formano simboli che solo lui, o gli altri Lui, sanno decifrare, leggere. Quindi raccolto in estasi, inginocchiato sotto la roccia, con una parte del corpo oscurata dall’ombra che proviene dalla parte del naso della figura antropomorfa, con la mano destra traccia sulla terra dei segni appena letti ed interpretati, li legge in una lingua incomprensibile, segni che paiono zeri moltiplicati per numeri primi, iscritti dentro un cerchio a forma di spirale, secondo una disposizione equidistante fra uno zero e l’altro e fra le forme geometriche costruite e il centro del cerchio. Poco più in la, alla fine dell’ombra, proiettata dalla roccia “Uno scarabeo stercorario, passando nella esedra polverosa del tempio Aiodha ha disegnato con la sua palla sette cerchi concentrici; subito dopo tre formiche, che trascinano paglia di grano, vi hanno tracciato tre raggi equidistanti verso il centro. Il labirinto è stato ridisegnato. Oggi come diciotto anni e sei lune fa: per la notte della luna nel pozzo.”
Tutta la scena appena raccontata ha avuto una durata prossima al nanosecondo, prossima all’inesistente, ma è accaduto, e accadrà in eterno, in questo piccolo fazzoletto di terra, in questo “non spazio” definito nella “Terra in mezzo al grande mare tondo”. Il resto aggiungetelo voi, che anche ora divagate con la mente e coi piedi ripercorrete quel sentiero. Questo oggi a Mas-Oneh’ Branhu in un giorno di mezza estate.

“Ogni particella di spazio è eterno, ogni indivisibile momento di durata è dappertutto”(Newton)