Archivi del mese: ottobre 2010

Io mi voglio pastore … Duos frades pastores

 "Intro ego puru in sa mandra a mùrghere?"
li narat a su frade.
"Eya, comente fagher giae l'ischis, no ti lu ses ismentigau, o nono?
Li rispundet.
Ambos duos errighen!
unu fut arrumbau chin su babbu dae cando fut minoreddu. S'àteru, frade suo prus  minore, abiat istudiau ca depiat diventare dutore. Cun sa làurea in buzaca sas  suplèntzias dae sùbito furin belle che nudda. Mancu su tantu de ponner benzina a sa màchina e mandicare, figùradi po àteru. Carchi mese apustis si che fut andau in continente a triballare in d'una fàbrica comente operàiu. Tempos malos de abolotos e manifestassiones po paga prus arta e àteros deretos chi, a bellu a bellu, si che furin imminoriande, ca su  mere teniat santos in corte, in su gubèrnu. Trìbulos e problemas belle cada die. Tandos ponende in mente a un amigu connotu in tzitade si che fut tramudau in àtera tzitade po triballare in su matessi mestieri. Semper chin su pede in sa graduatoria de mastru l'abian mutiu a un'iscola. Annos de mastru fatos cun gana e ispìritu. Como b'est unu gubernu sìmile a s'àteru de cando fut operàiu. Narat ca bi sunis tropu mastros bidellos e impiegaos. Postos segaos a serritos, issu  chene triballare dae paritzos meses. Iscandulau dae sos zornales amigos de su gubernu e de sos capos mannos industriales.  Sa bella ca fut s'orgòlliu de sa famìlia. Su babbu fut prus cuntentu de issu chi no de s'àteru frade, in su pastoriu dae minore. Cust'annu est arrumbau chene triballu, bulluzos manifestassiones tribulos, buzaca  bòdia e ispiantau, pagande s'afitu e piscande de su contu postale, imminoriandesi die pro die. Sa cumpanza, issa puru chene triballu, si ch’est torrada a domo sua lassàndelu che brocu in su muru.
Est torrau a bidda. Sa zente, a sa prima, no crediat ca issu si cheriat pastore. Eya si cheriat pastore che su frade, che su babbu e su mannoi. Un ereu de pastoriu. Issu fut pastore in s'ànimu. Dutore proite su babbu cheriat goi.
Como murghet cuntentu.
"Versande ses" li dimandat a su frade mannu. "Nono, prus nudda a caseifìtziu" li narat, iscapande una berbeghe murta, e badiandelu bene in cara. "No nos cumbenit prus. Unu litru nos lu pagan prus pagu meda de unu litru de aba. Ti l'imàzinas, s'àntana no cheret mancu murta o iscapada a paschere. E gai est cumente narat sa comunidade europea. Naran ca su prèssiu est tropu artu e cheret a l'abassare. Menzus a lu fagher a casu"
"Menzus" rispundet su frade, dutore. Errighende.
Apo intesu ca si sighit goi amus a fagher trìbulu mannu. Amus a bider. In atonzu. amus a bider"
Errighen ambos duos e sighin a cassare erbeghes pro mùrghere.
Issu, pensat, si cheret pastore. “Io mi voglio pastore”


(la traduzione non mi viene bene, l’ho pensata in limba)
 
Io mi voglio pastore


In mesu de s'arena 'e s'oceànu

Apustis de unu mesi de uspidali
unu mengianu si ndi pesat de su letu
e asuta de i peis
invecis de una lastrixedda de pamentu
agatat s'arena 'e s'oceànu
aprontendi is ogus fàcias a luxi forti
iat cumentzau a caminai oru 'e su mari
no cumenti marineri strecau de is arregodus
nè cumenti banduleri
ma cumenti sordau chentz''e cunfortu de un'epopea de ponni in mesu
e nemus afùrriu cun sa pròpriu divisa

gira gira asuta de su soli callenti
iat boddiu conchìllias luxentis
creendi dònnia borta
de àiri agatau sa prus bella

po-i custu iat pentzau cosas pagu drucis
apitzus de s'umanidadi
e po certus fastìgius de issu de ora meda

Si ndi fut torrau a mes''e abrili
cunvintu chi sa vida
iat potzia essi inserrada
in d'unu cuadrixeddu de mari

Massimo Volume da "Cattive abitudini" – 2010

Tra la sabbia dell'oceano.

dopo un mese trascorso in clinica
una mattina si tirò giù dal letto
e sotto i piedi
invece delle piastrelle del pavimento
trovò la sabbia dell'oceano
abituò la vista alla luce accecante
e prese a camminare lungo la riva
non come un naufrago oppresso dai ricordi
né come un turista
ma come un soldato senza il conforto di un'epopea da condividere
e nessun altro intorno con la sua stessa divisa

vagò per giorni sotto il sole cocente
raccolse conchiglie lampeggianti
credendo ogni volta
di avere trovato la più bella

questo lo portò a elaborare amare considerazioni
sulla condizione umana
e su certi suoi amori di un tempo

tornò che era ormai aprile
con la convinzione che la vita
potesse essere tranquillamente racchiusa
in un banale quadretto balneare

 

Massimo Volume – Cattive Abitudini .. i testi

Massimo Volume – Cattive Abitudini le tracce da ascoltare
 


Vita quotidiana a Mas-Oneh' Branhu

 Dalla finestra della stanza, rivolta a sud est, con gli sportelli in legno, filtrano immagini a lui care. Un pezzo del pergolato da cui si intravvedono, penzolanti, grappoli di uva nera, maturi, pronti per essere colti. Certo questa non è stata una buona annata, sono bastate poche gocce d'acqua di un pomeriggio ferragostano a rovinare l'uva. Le immagini, dalla finestra, non arrivano ancora nitide, poiché sono ancora i primi momenti dell'alba. Bastava uscire, mettere proprio li sotto una scala a libro ed avrebbe agevolmente assaporato il gusto di quell'uva di cui, fin da bambino, andava ghiotto. Ma non lo fece, approfittò ancora di quel silenzio, almeno apparente, per ricordare i momenti belli, felici, a volte festanti, in compagnia dei suoi cari. Ricordare i giorni estivi mentre si recava col padre in campagna, verso l'ovile, dove si trovava il gregge. Accudire il bestiame rinchiuso in un piccolo tancato e tutte le altre operazioni consuete, abituali, che seguono il ciclo biologico delle pecore, delle loro abitudini. Ricordava il sonno durante tutto il viaggio dalla casa di Mas-Oneh' Branhu, in prossimità della figura antropomorfa di pietra, sonno che lo intorpidiva e talvolta gli faceva mettere il piede in fallo, con grande ilarità del padre che lo riprendeva amorevolmente, fino all'ovile , un torpore che scompariva all'ingresso del cortile perimetrale della casa, con a fianco la stalla. Una costruzione colorata con calce, bianca, con il tetto ricoperto di tegole cotte nel forno di Mastru Antoni, il miglior artigiano di Mas-Oneh' Branhu. Ricorda che, allora, preferiva stare a letto, come facevano i suoi coetanei, ma poi, dopo lo spuntare del sole, dimenticava tutto e si immergeva contento nella natura, come un agnellino curioso del mondo circostante, cuntentu che anzoneddu. Al ritorno pensava, passo dopo passo con la fatica su tutto il corpo, al momento in cui sarebbe tornato a casa per raccontare alla madre cosa era accaduto durante la giornata. Certo le giornate non erano sempre rilassanti, accadeva di doversi occupare in faccende faticose, ma tutto era messo in conto perché al rientro si sarebbe riposato, steso sul suo lettino in compagnia della radio a transistors che gracchiava. Accadeva di sintonizzarsi sulle radio che allora si definivano "libere". Certo i movimenti musicali cosiddetti alternativi erano al loro apice. Lui immagazzinava a memoria nomi gruppi testi "stranieri" un po’ pasticciati, anche perché gli importava la melodia e non il significato. Solo più tardi, da grande, ne avrebbe compreso il senso, il significato, direttamente da quei luoghi dove era dovuto partire, inizialmente come lavapiatti, da un compare dello zio che gestiva un ristorante in una città portuale britannica, che più tardi, alcuni mesi dopo, lasciò per lavorare in un'impresa edile.
In autunno riaprivano le scuole e lui doveva diradare le presenze in campagna perché, così gli diceva il padre, “devi studiare, prenderti un titolo, ma sopratutto non fare questa vita, piena di sacrifici e avara di guadagni, praticamente nelle mani delle industrie casearie che impongono il prezzo e spesso tardano a pagare, e poco”.
Dal piovoso britannico nord dove si era trasferito da anni, dopo i primi fallimenti all'università, sentiva di rado i suoi. Nei discorsi, oltre i convenevoli e le notizie su parenti e compaesani venuti a mancare, qualcosa sulla loro salute, si parlava anche della vita in campagna, ma anche della impossibilità di tirare avanti soprattutto dopo gli accordi europei su quote latte, mungitrici da installare e quant'altro che avevano prodotto solo debiti e cambiali da saldare a cadenze fisse. Raramente tornava dai suoi, ma tornava. Non accettava l'idea di dover tagliare, recidere, le proprie radici. In troppi l'avevano fatto. Rammenta che, da bambino, chi parlava "in sardu" era oggetto di scherno, di risa. Roba da provinciali. Preferivano parlare la lingua dei Savoia (zenia de porcos!). Oggi è quasi di moda recuperare tutto ciò che è "antico", ancestrale, folklorico. Ma è un'altra cosa. Le tue origini te le senti dentro, in sa vena prus profunda, non te lo puoi imporre. E' l'essenza di te stesso. Gai si ch'est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.
E' tornato anche stavolta,  "… che erbeghe a cuile, che abe a su moju, che puzone a su nidu…", dopo mesi di nebbia e maltempo, che ti penetrano nelle ossa. In rete aveva seguito le notizie di un gruppo di allevatori che, giorno dopo giorno, conquistavano le prime pagine dei giornali. Roba da non credere, i pastori terribilmente, inguaribilmente individualisti, si aggregano per … protestare.
Ora è giorno, di fronte si vede, nitido, il contorno della figura antropomorfa, vicino all'esedra. Si alza, si infila le scarpe, sos cosinzos, i pantaloni di velluto nero, una maglietta polo nera. Gli pare di tornare ragazzino. Anzi, pensa, è ancora ragazzo, ciò che è accaduto est unu bisu, non si è mai staccato da quei luoghi, ciò che ha appena pensato, visto, sognato, appartiene, forse ad un altro lui. Anzi è proprio la storia di un altro, di tanti altri che sono dovuti andare via. Lui invece è rimasto, saldo, solido, alle sue radici. In mezzo alla furia iconoclasta che inghiotte ciò che non è al passo coi tempi. E' rimasto e non ha mai comprato una mungitrice, non si è piegato, prostrato, ai voleri degli industriali del latte. No. Altri l'hanno fatto seguendo le sirene del modernismo. Oggi, questi, sono indebitati fino al collo, stritolati da normative imposte dall'oltralpe.
Intanto è chino a mungere le sue pecore. Domani, forse, andrà a protestare con gli altri. Domani. Ora si gusta questa particella di spazio.

 

"Ogni particella di spazio è eterno, ogni indivisibile momento di durata è dappertutto"(Newton)

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/01/19/vita_quotidiana_1729196-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/09/vita_quotidiana_2_1729225-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/23/vita_quotidiana_3_1729242-shtml/
 

 quadro di Ida Krot


Ora e sempre resistenza

un 25 aprile non basta più.
Ne occorre subito un altro:
ORA E SEMPRE RESISTENZA