Vita quotidiana a Mas-Oneh' Branhu

 Dalla finestra della stanza, rivolta a sud est, con gli sportelli in legno, filtrano immagini a lui care. Un pezzo del pergolato da cui si intravvedono, penzolanti, grappoli di uva nera, maturi, pronti per essere colti. Certo questa non è stata una buona annata, sono bastate poche gocce d'acqua di un pomeriggio ferragostano a rovinare l'uva. Le immagini, dalla finestra, non arrivano ancora nitide, poiché sono ancora i primi momenti dell'alba. Bastava uscire, mettere proprio li sotto una scala a libro ed avrebbe agevolmente assaporato il gusto di quell'uva di cui, fin da bambino, andava ghiotto. Ma non lo fece, approfittò ancora di quel silenzio, almeno apparente, per ricordare i momenti belli, felici, a volte festanti, in compagnia dei suoi cari. Ricordare i giorni estivi mentre si recava col padre in campagna, verso l'ovile, dove si trovava il gregge. Accudire il bestiame rinchiuso in un piccolo tancato e tutte le altre operazioni consuete, abituali, che seguono il ciclo biologico delle pecore, delle loro abitudini. Ricordava il sonno durante tutto il viaggio dalla casa di Mas-Oneh' Branhu, in prossimità della figura antropomorfa di pietra, sonno che lo intorpidiva e talvolta gli faceva mettere il piede in fallo, con grande ilarità del padre che lo riprendeva amorevolmente, fino all'ovile , un torpore che scompariva all'ingresso del cortile perimetrale della casa, con a fianco la stalla. Una costruzione colorata con calce, bianca, con il tetto ricoperto di tegole cotte nel forno di Mastru Antoni, il miglior artigiano di Mas-Oneh' Branhu. Ricorda che, allora, preferiva stare a letto, come facevano i suoi coetanei, ma poi, dopo lo spuntare del sole, dimenticava tutto e si immergeva contento nella natura, come un agnellino curioso del mondo circostante, cuntentu che anzoneddu. Al ritorno pensava, passo dopo passo con la fatica su tutto il corpo, al momento in cui sarebbe tornato a casa per raccontare alla madre cosa era accaduto durante la giornata. Certo le giornate non erano sempre rilassanti, accadeva di doversi occupare in faccende faticose, ma tutto era messo in conto perché al rientro si sarebbe riposato, steso sul suo lettino in compagnia della radio a transistors che gracchiava. Accadeva di sintonizzarsi sulle radio che allora si definivano "libere". Certo i movimenti musicali cosiddetti alternativi erano al loro apice. Lui immagazzinava a memoria nomi gruppi testi "stranieri" un po’ pasticciati, anche perché gli importava la melodia e non il significato. Solo più tardi, da grande, ne avrebbe compreso il senso, il significato, direttamente da quei luoghi dove era dovuto partire, inizialmente come lavapiatti, da un compare dello zio che gestiva un ristorante in una città portuale britannica, che più tardi, alcuni mesi dopo, lasciò per lavorare in un'impresa edile.
In autunno riaprivano le scuole e lui doveva diradare le presenze in campagna perché, così gli diceva il padre, “devi studiare, prenderti un titolo, ma sopratutto non fare questa vita, piena di sacrifici e avara di guadagni, praticamente nelle mani delle industrie casearie che impongono il prezzo e spesso tardano a pagare, e poco”.
Dal piovoso britannico nord dove si era trasferito da anni, dopo i primi fallimenti all'università, sentiva di rado i suoi. Nei discorsi, oltre i convenevoli e le notizie su parenti e compaesani venuti a mancare, qualcosa sulla loro salute, si parlava anche della vita in campagna, ma anche della impossibilità di tirare avanti soprattutto dopo gli accordi europei su quote latte, mungitrici da installare e quant'altro che avevano prodotto solo debiti e cambiali da saldare a cadenze fisse. Raramente tornava dai suoi, ma tornava. Non accettava l'idea di dover tagliare, recidere, le proprie radici. In troppi l'avevano fatto. Rammenta che, da bambino, chi parlava "in sardu" era oggetto di scherno, di risa. Roba da provinciali. Preferivano parlare la lingua dei Savoia (zenia de porcos!). Oggi è quasi di moda recuperare tutto ciò che è "antico", ancestrale, folklorico. Ma è un'altra cosa. Le tue origini te le senti dentro, in sa vena prus profunda, non te lo puoi imporre. E' l'essenza di te stesso. Gai si ch'est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.
E' tornato anche stavolta,  "… che erbeghe a cuile, che abe a su moju, che puzone a su nidu…", dopo mesi di nebbia e maltempo, che ti penetrano nelle ossa. In rete aveva seguito le notizie di un gruppo di allevatori che, giorno dopo giorno, conquistavano le prime pagine dei giornali. Roba da non credere, i pastori terribilmente, inguaribilmente individualisti, si aggregano per … protestare.
Ora è giorno, di fronte si vede, nitido, il contorno della figura antropomorfa, vicino all'esedra. Si alza, si infila le scarpe, sos cosinzos, i pantaloni di velluto nero, una maglietta polo nera. Gli pare di tornare ragazzino. Anzi, pensa, è ancora ragazzo, ciò che è accaduto est unu bisu, non si è mai staccato da quei luoghi, ciò che ha appena pensato, visto, sognato, appartiene, forse ad un altro lui. Anzi è proprio la storia di un altro, di tanti altri che sono dovuti andare via. Lui invece è rimasto, saldo, solido, alle sue radici. In mezzo alla furia iconoclasta che inghiotte ciò che non è al passo coi tempi. E' rimasto e non ha mai comprato una mungitrice, non si è piegato, prostrato, ai voleri degli industriali del latte. No. Altri l'hanno fatto seguendo le sirene del modernismo. Oggi, questi, sono indebitati fino al collo, stritolati da normative imposte dall'oltralpe.
Intanto è chino a mungere le sue pecore. Domani, forse, andrà a protestare con gli altri. Domani. Ora si gusta questa particella di spazio.

 

"Ogni particella di spazio è eterno, ogni indivisibile momento di durata è dappertutto"(Newton)

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/01/19/vita_quotidiana_1729196-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/09/vita_quotidiana_2_1729225-shtml/

http://subardaneri.blog.tiscali.it/2004/02/23/vita_quotidiana_3_1729242-shtml/
 

 quadro di Ida Krot

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3 responses to “Vita quotidiana a Mas-Oneh' Branhu

  • nheit

    Gai si ch'est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.   transumare andare via per poi tornare onirica ma anche onorica con un sorriso serio. e   guai a chi lo scorda.  è facile  succede di scordarlo    persi in altre immagini   di vita. succede anche nei silenzi di cose non dette vissute come colpe.martellate da soli   e d'altri sulle zampe- Barda …io aggancio  i tuoi  scritti  e mi si incollano. ora nel silenzio come a preparare viaggio  

  • Soriana

    Una vecchia abitudine e un invito a collaborare[..] Da molto tempo ho interrotto quella che era una mia abitudine pressoché costante: dedicare un post solo alle segnalazioni. Da oggi la riprendo e spero di poterla portare avanti regolarmente. Scorrendo la lista dei blog e dei siti che appaiono [..]

  • Francesca

    Sai, Barda??? Ho seguito il link di FB, non ho fatto caso alla data, ma man mano che leggevo mi sentivo di rivivere qualcosa di già noto, di rileggere qualcosa che sembrava dimenticato, ma che leggendo era un dejà vu…. questo racconto lo avevi pubblicato su splinder, vero???
    … oppure il tuo scrivere è rimasto impresso nella mia memoria 🙂

    Come concordo con questo passo:
    “Le tue origini te le senti dentro, in sa vena prus profunda, non te lo puoi imporre. E’ l’essenza di te stesso. Gai si ch’est andau tenende in conca semper presente dae ube benis e de chie ses.”

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