Archivi del mese: ottobre 2011

transumanze

Stare in silenzio lo fortifica. Lo fa star bene, con se stesso. Lo rilassa ed al tempo stesso lo aiuta a ristabilire le priorità. Non quelle di qualche anno fa. Quelle impresse e determinate dagli altri. Ora non corre più, non deve battere orario. Niente cartellini da timbrare. Niente straordinari, notturni festivi, niente di nulla. La fabbrica è chiusa. Quello che doveva rappresentare il progresso, l’opportunità, il riscatto di una intera comunità, svanito. In modo effimero come era arrivata. L’impianto costruito secondo gli ultimi ritrovati della tecnologia. Non si badava a spese. Allora. Oggi solo tagli, per il bene di tutti. Ti dicono. Salvo poi vedere che chi lo dice è lo stesso che nei decenni scorsi scialacquava i soldi pubblici. Ora è per i tagli, scuola sanità servizi. La parola d’ordine è tagliare. Allora invece con i soldi della Regione si facevano sempre grandi progetti. Coi soldi degli altri, ovviamente. Come si dice “in palas anzenas corrias largas”. Oggi, la fabbrica, è chiusa. C’è un cartello: “in liquidazione”. La società non esiste più, se mai era esistita prima con quel sistema dei scatole cinesi. Chi amministrava, poi, era un prestanome, di un altro che a sua volta era prestanome d’altri. In breve tempo sparirono i cancelli, le finestre, il materiale dei magazzini. Addirittura la sbarra d’ingresso. Si ricorda del via vai notturno di camion, carichi, nell’indifferenza generale.

In quelle terre, un tempo, l’allevamento e l’agricoltura erano fiorenti. Però occorreva il riscatto di una intera area, come la chiamavano allora, depressa. Tutti a rincorrere il “progresso”. Intorno,accalcati, i rappresentanti di tutte le forze politiche a fare a gara per impiantare questa o quella industria, senza badare a spese. L’ambiente? cosa vuoi che importi, ti dicevano, oggi la parola d’ordine è “impresa”. Già, l’impresa! I “tempi”, dicevo, oggi sono tempi nuovi.

Lui, però, ha dovuto cambiare mestiere. Con tempi nuovi. Ma ieri, questi “tempi” questi ritmi, erano ben collaudati. A memoria d’uomo i suoi avi, a ritroso per varie generazioni, erano pastori, allevatori di pecore. Ovviamente due volte l’anno si dovevano spostare, transumare, a valle a un centinaio di chilometri, per svernare e fare rientro in primavera, in beranu.

E dire che lui di quella fabbrica non ne voleva sentire, ma nel paese vicino c’era la scuola industriale e, dopo il diploma, giusto giusto per entrare in quella fabbrica. Ricorda che i suoi fecero una festa grande. Stipendio fisso, possibilità di progettare il futuro. Dopo qualche anno, però, la crisi.

Stette qualche tempo nel paese, in cassa integrazione, da un bar all’altro.

A un tratto la svolta. Passò un gregge in transumanza, uno dei tanti che affollavano i suoi ricordi, fin da bambino. L’odore particolare delle pecore, del loro manto di lana, che ruminano e che si trascinano in gruppo, nella strada polverosa verso una certa meta. Mas-Oneh Bran’hu, non rintracciabile in nessuna cartina, ma ben impresso nella memoria del gregge. Perché, allora, passavano tutti per quel posto. Davanti, chi lo conduceva, il pastore, con la faccia scavata dal tempo, la pelle cotta dal sole e dalle intemperie. Senza un’età precisa. Avvolto in un cappotto scuro, gli scarponi e i gambali. In silenzio.

Si alzò dal tavolo del bar, corse verso casa, si mise addosso il cappotto del nonno. Andò dietro al gregge.

Ora è qui a pochi passi dal costone roccioso che domina la vallata e spande l’ombra dei suoi rilievi antropomorfi.

Ha chiuso un gruppo di pecore nel piccolo tancato, sono quelle che daranno l’agnello a natale. Ferma il cancello con una rudimentale chiusura in fil di ferro. Le altre pecore invece sono intorno alla casa, di granito. Gli viene incontro un cucciolo maremmano, scodinzola e gli fa le feste, lui lo ricompensa con un bel pezzo di pane. Porta dentro alcuni rami di legna, i primi freddi si fanno sentire. Dentro, nella cucina, sul tavolo appoggiato al muro, una vecchia radiolina a transistors, alcuni quotidiani ingialliti che portano la data di dieci anni prima e un volantino ripiegato con l’angolo della pagina verso l’esterno, si intravvede appena la sigla sindacale che tanto si era battuta contro la chiusura della fabbrica. Sopra la sedia, rivestita di paglia di fiume, una borsa nera, con la cerniera intorno. La prende, la apre ed estrae un notebook. Unico sfizio che lo tiene in contatto con la “modernità”, Lo accende, infila la chiavetta di connessione. Tutto, rigorosamente, con fare calmo e tranquillo. Si connette, digita il link, si apre la sua “pagina”. Spara il post in rete. Non l’aveva mai abbandonata, semplicemente aveva i suoi tempi, i suoi ritmi. Fuori si è alzato un vento forte. Poco male, … il tempo scorre lungo i bordi.

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