Sono Ur, vengo dalla terra del ballo tondo

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Quella parte del mondo non l’aveva mai vista nonostante il suo continuo peregrinare e scappare. Come un animale braccato era sempre in fuga al punto che non ricordava il motivo principale. Anzi i motivi, perché tali e tanti erano quelli che lo avevano inguaiato. Per buona parte della sua esistenza aveva partecipato volentieri alle feste comandate della sua comunità. L’ultima di cui il ricordo si era sbiadito, al punto da non ricordare se non pochi particolari, era la festa dell’epifania, che a casa sua preferivano chiamare la festa della befana, con tutti quei riti paesani che si tramandavano da molte generazioni. Quasi per gioco, dopo gli studi, iniziò una attività che gli aveva consentito una vita agiata, nel lusso. Ma non durò molto. Il suo socio, che si occupava della contabilità, lo mise in mezzo ad una montagna di guai. Il socio scappò senza lasciare traccia con un buco societario spaventoso da cui scaturirono risvolti penali. Questo aspetto si che lo preoccupava. Il fatto di non avere più nulla era il meno. Dunque con le poche banconote rimaste prese un biglietto aereo per sbarcare in uno di questi posti balcanici dove era sicuro di non essere rintracciabile. Aveva dovuto lottare per restare vivo. Ora era un altro che non esitava ad usare la violenza o ammazzare per non soccombere. I luoghi dove era stato li aveva dimenticati con tutte le persone conosciute, incontrate, perchè non doveva legarsi a niente. In attesa che il mondo si dimenticasse di lui. Lì, c’era arrivato quasi per caso. Dopo essere scampato ad una aggressione in un locale malfamato, tutti pronti a squartarlo per impadronirsi del suo orologio, ultimo orpello dei periodi più fulgidi della sua vita. C’era arrivato di notte. Una notte con la luna ormai calante da giorni, che illuminava, a tratti, quella parte di terra, perchè disturbata dalle nuvole, che minacciavano un temporale. Da lontano si vedeva un pezzo di collina sventrata, si distinguevano baracche, pezzi di muro di quella che doveva essere una residenza signorile, con muri di cinta, archi di tipo coloniale, un pozzo, recinti per cavalli, uno per la doma, altri edifici bassi per il ricovero degli animali. Tutto intorno, attaccate, ammassate, baracche, tende, ricoveri provvisori ricavati con teli di plastica e stracci. Più si avvicinava e più distingueva le persone che vi abitavano, o meglio si rifugiavano, coi visi illuminati dai fuochi accesi con materiali vari. Le lingue parlate incomprensibili, intorno ai fuochi, sentiva questi idiomi, diversi fra loro, di queste persone che si aiutavano anche a gesti per comunicare. Un odore acre di questi fuochi lo investirono giunto a pochi passi. Ma già da li intravedeva l’altra parte della collina, con un brulichio di disperati di diverse etnie, genti che scappavano e che proprio perchè quella terra di nessuno rappresentava il confine fra diversi Stati in guerra li aveva accolti, o raccolti; nelle loro intenzioni doveva essere una tappa momentanea, transitoria, per andare là dove c’era il sole, migliori condizioni di vita, la dignità umana. Intanto restavano intrappolati fra i reticolati che segnavano il punto invalicabile, pattugliato da soldati che non esitavano a sparare chi cercava di superarli. Iniziò a gironzolare fra le baracche alla ricerca di un telo di plastica o di qualcosa che lo avrebbe riparato dalla pioggia imminente. Quelli, tanti, che incontrava non si curavano di lui. Troppo impegnati a sopravvivere. Nel punto più riparato, dentro quello che era, forse, prima di essere bombardato, il loggiato della villa signorile, rimasto miracolosamente intatto, che si reggeva, fra un muro lesionato ed alcune travi del pezzo di casa distrutta, sentì alcuni parlare fra di loro, stette alcuni minuti in ascolto. Una voce l’aveva riconosciuta, quella inflessione dialettale era inconfondibile. Diceva che, avrebbero dovuto lasciare il posto, che chiamavano “Strade senza nome”, dove a quanto pare ci erano arrivati da qualche giorno. Era riuscito a carpire, sebbene fosse ad una certa distanza, che parlavano di un tale che cercavano e di cui avevano perso le tracce ma che, a quanto pare, era stato visto a pochi chilometri da “Strade senza nome”. La descrizione calzava a pennello. Era lui.

La giornata sembra più luminosa.Il cielo è sgombro di nuvoloni. Ora si trova in mezzo a un gruppo di esagitati che con un frastuono infernale si agitano e insultano le guardie al di là del reticolato, a diversi chilometri da “Strade senza nome”. Gli abiti indosso sono quelli presi ad un moribondo incontrato per strada. Ora si fa chiamare Goran. Che cambierà presto in Ur. Gli ricorda le sue origini della terra “in mezzo al grande mare tondo”, come il ballo.

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica

https://bardaneri.wordpress.com/2018/02/23/sono-ur-vengo-dalla-terra-del-ballo-tondo-seconda-parte/

 

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