Sono Ur, vengo dalla terra del ballo tondo (seconda parte).

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Ho camminato per giorni e giorni, soprattutto la notte, ed ora sono sicuro di aver allontanato il pericolo corso in “Strade senza nome”. Ho cambiato i vestiti e nessuno dovrebbe essere in grado di capire da dove vengo e chi sono. Ho tolto un paio di anfibi e una giubba militare a chi, ormai, non servono più. Il sole ha fatto il resto, il mio viso è talmente scuro che potrei essere scambiato per un magrebino o un siriano. La barba incolta farà il resto.

Anche oggi una moltitudine di diseredati. Un caldo infernale. Sotto il sole a picco senza manco una pianta a darci un fazzoletto d’ombra. Giusto qualche rudere di case. A peggiorare le cose ci si è messo pure quel micidiale shuruq, quel vento che ti secca la gola, che alcuni paesi chiamano ghibli. Quel bollente scirocco che nella mia terra chiamano “bentu éstiu”. In genere porta pioggia, che sporca le macchine, le cose, il paesaggio, con quella pattina di terriccio. Ma tant’è. Mi devo abituare. Se sono fortunato riuscirò a passare il confine in poco tempo.

In questa terra di nessuno, la pioggia, dopo l’acquazzone di ieri notte, per tanto tempo ce la dovremo scordare. Ora siamo quì, ad urlare e inveire contro le guardie. Giusto per tenere alta la tensione e per imbrogliare il tempo. Quel maledetto reticolato non è una barriera insormontabile o irresistibile. Occorre attendere, pazientare. In genere dopo alcune ore i militari di guardia rallentano la sorveglianza. Dappertutto fanno così. E qualcuno a volte riesce a saltare e scappare. Oggi no. Hanno una certa strafottenza. Ci insultano nella loro lingua ma non c’è volontà di sparare.

A Melilla, ricordo, invece, che ci provammo in centinaia, sotto il sole. Cercando di passare quel maledetto confine. Giorni e giorni a provare. Poi l’assalto, in tanti, disperati. Sognando quell’Europa maledetta. A pochi passi. Momenti concitati, le urla, gli spari. Molti di noi ammazzati come cani. Poi più nulla. Il silenzio e la fuga.

Devo aver dormito per alcune ore. Forse sono svenuto. Prati verdi, tanti ciuffi di asfodelo con cui mia nonna faceva i cestini. Io, da bambino con una foglia di corbezzolo usata come un cucchiaino per assaggiare la schiuma del latte appena munto. Mio padre che fa il formaggio raffermando lentamente la caseina nel fondo della caldaia, da tagliare a fette e mettere nelle forme per poi adagiare il formaggio nella salamoia.  Lo scampanio delle pecore. Il profumo di timo, base di quella mistura che in Palestina chiamano zahatar.

Ricordo queste cose e sento i profumi e gli odori. Il gusto semplice delle cose accadute. A volte è come se vivessi degli incubi, ma sono accadute. Ho passato diverse frontiere. Scappando. In eterno trasmigrare. Sfuggendo alla cattura. Ho avuto diverse identità. Mi sono persino finto sordomuto, in una delle diverse rotte balcaniche dove l’obiettivo è sempre lo stesso: Europa.

Quella volta, ricordo, camminammo a centinaia seguendo la ferrovia, per chilometri. Arrivati a quella che doveva essere, un tempo, una stazione molto trafficata, dove la ruggine regnava fra i rottami e le sterpaglie e un vento gelido. Di fronte quel maledetto reticolato, a pochi passi un paletto con sopra un cartello segnaletico con scritto “confine invalicabile”, in diverse lingue. Lo stesso cartello attaccato a distanze regolari nella rete. Le guardie e i cani già pronti dall’altra parte. Con un incedere lento il nostro gruppo multicolore di diseredati della terra cercava di guadagnare posizioni comode. Stranamente molta solidarietà. Ma è così fra chi è accomunato dallo stesso destino. Ci scambiavano poche parole, alcune accompagnate da gesti. Qualcuno apriva le bisacce per offrire quel poco che ancora aveva. L’attesa anche lì prima dell’assalto (al cielo) doveva essere lunga, impossibile capire i tempi, quindi meglio organizzarsi. In sottofondo la musica di un violino con una nenia che ricordava quelle melodie ripetitive che mi è capitato di sentire nei metrò, di una delle tante metropoli mitteleuropee, quando ero facoltoso. Già, ma questo l’ho già detto. Una donna che faceva parte del gruppo più compatto con un abito lungo e un hijab viola lentamente si avvicinò per offrirmi un pezzetto di dolce, dal gusto mi sembrava kunafa, un dolce con pasta phyllo, pistacci, sciroppo e crema; cercando di spiegarsi con frammenti di parole in inglese doveva essere quello ma da anni non lo assaggiavo.

Un rumore forte, forse un esplosione, spari. Qualcuno cercava di forzare la rete. Nella confusione alcuni gruppi premevano contro la rete, altri cercavano di tagliarla con tenaglie rudimentali. Le guardie che accorrevano in quel punto lasciavano sguarnito un tratto lungo della rete. In diversi punti si aprirono dei varchi. Nel frattempo reporters internazionali, spuntati dal nulla, ma era chiaro che dovevano essere da tempo fra di noi, stavano riprendendo tutto. Uno di questi incrociò il mio sguardo. Mi conosceva. Si vedeva da quel sorriso beffardo.

Scappare da quella situazione non è stato difficile. Ora sono a bordo di un pick-up, stipato con altri dieci. alla nostra destra una vecchia fabbrica di mattoni, alle finestre panni e stracci stesi. Nelle crepe del muro si intravedono sguardi perduti di bambini. Davanti polvere, deserto e distruzione. Non ho ben capito dove vogliono portarci. Chissà.

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica

https://bardaneri.wordpress.com/2018/01/21/sono-ur-vengo-dalla-terra-del-ballo-tondo/

 

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