SHRDN

Aveva fatto di tutto per essere puntuale ma quella maledetta febbre era stata un ostacolo tremendo. Da quei primi timidi post in quella piattaforma virtuale ormai scomparsa si era dovuto attrezzare per proseguire la sua missione. Sapeva che era in ritardo ma era in ballo e il gioco doveva andare avanti, anche se il post veniva sparato nell’etere dopo l’ora indicata. Certo non era l’unico incaricato di svolgere la missione in quel mondo che chiamavano la rete; sapeva che altri, seppur inconsapevoli, stavano facendo la loro parte; e dopo di loro i loro i figli e altri ancora si sarebbero aggiunti. Prima di spargersi in ogni dove, prima della diaspora dalla Terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo, dopo la grande sconfitta che aveva visto lottare e morire i guerrieri migliori e dopo quel maledetto cataclisma che seppellì buona parte di quel che era rimasto della loro grande civiltà. Quelli che rimasero iniziarono a combattersi fra di loro in una faida senza senso; mentre gli altri popoli che arrivavano dal mare entravano e razziavano quanto più potevano, in una sorte avversa, Loro che erano Il Popolo del Mare travolti da chi veniva dal mare.

Lui faceva parte della gente di Mas-Oneh’Branhu. Di questo posto ne aveva parlato e scritto diverse volte in rete. Questo gli aveva permesso di entrare di nuovo in contatto con chi aveva le sue origini e che inconsapevolmente proseguiva la missione dei suoi avi. Ricorda cosa accadde quella notte, ma ovviamente il ricordo gli era stato tramandato dal padre, nei minimi dettagli, così pure come vivevano, le tradizioni, i mestieri, i cibi, le feste, i riti. Una notte blucobalto, scelta appositamente perché dopo 333 anni la luna ad una certa ora si sarebbe affacciata e tuffata nel pozzo davanti all’esedra scavato sotto la roccia antropomorfa da cui, a quanto si diceva, era nato tutto. Quella notte i più anziani decisero che era finito il tempo di piangersi addosso, da quel momento ogni atteggiamento lamentoso e querulo doveva essere abbandonato per far posto a quello del riscatto. Dopo il rituale magico si sarebbe presa una decisione. Lo scarabeo era stato liberato disegnando segni e cerchi per terra, incomprensibili ai più, ma non a Bachis, il grande vecchio, custode de codice dei segni. La decisione venne presa. I giovani dovevano partire e mischiarsi in mezzo agli altri popoli, mantenendo le tradizioni e la grande cultura per tramandarla ai posteri. Solo così nulla sarebbe andato irrimediabilmente perduto, Mas-Oneh’Branhu poteva rinascere col suo antico splendore. Dopo secoli, poco importa, il tempo è relativo. Partirono e si sparpagliarono imparando nuovi idiomi e assorbendo altre culture. Ciò che erano restava comunque intatto, un nocciolo duro da scalfire. Era stato messo in conto che alcuni, o i loro figli, avrebbero dimenticato presto la missione abbandonandosi ai divertimenti, accontentandosi di soddisfare le voglie passeggere nelle società culturalmente effimere. Lui no. Era tornato da pochi anni da quel posto che viene ancora oggi definito “il continente”. Li lavorava in una fabbrica dell’indotto che produceva parti di vetture; fiutando l’aria si era reso conto che i segnali della “crisi” l’avrebbero costretto ad accettare condizioni di lavoro pessime. Licenziatosi prese la liquidazione con cui rilevò un piccolo podere di uno dei suoi parenti. Poteva dedicarsi alla campagna, in particolare a piantare alberi e all’innesto delle piante da frutto; lo aveva colpito il racconto di quel tale che piantava alberi in una landa desolata diventata poi rigogliosa. Quel poco che ricavava dalla terra e dalle poche pecore gli permetteva oggi di vivere dignitosamente. Parte della missione era stata eseguita, restava la più importante: far sapere agli altri che noi siamo il Popolo SHRDN.

ABA 1 Pranu Antas

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:   http://carbonaridellaparola.blogspot.it/2014/02/1-marzo-2014.html

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Verba Ludica in haiku

L’haiku (俳句, pronuncia giapponese /haikɯ/ con tono basso su /ha/ e tono alto su /ikɯ/) è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. (5,7,5)

Verba Ludica!
un gioco di scrittura
con forme haiku

haiku
tuoni, fulmini,
un lampo …intuizione,
apro l’ombrello

Ama col cuore
le cattiverie scorda
sotto la luna

su carta crespa
un sonetto d’amore
scriverò per te

sbatte sincrona
un’anta di persiana
nel maestrale

ho barattato
nel mercato dei sogni
pianti con risi

haiku575

cupi volano
nei campi d’asfodelo
aerei da guerra

>>>>> haiku ferragostani

haiku1

ombra di leccio

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:   http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

Time are changin’?

Time are changin’?

Tempo di cambiare!
Hai l’anima da barattare?
nell’Omeostasi politica
l’indignazione, ciclica,
gravida di sussulti
per gesti inconsulti

mostra patina cinica,
Minima moralia in clinica,
Sonorità in cantina,
tromba freejazz in sordina,
col ritmo da barricata,
a da passà a nottata.

Graffiti in tinta plasma,
sui muri un ectoplasma!
Mentre tifi rivolta,
il “sindaco” ti da batosta
lasciando a gomme a terra
chi dichiarava guerra

con gridi masticati
di inni operaisti
ideologie in soffitta
costretti a chiuder ditta
tu a bordo fiume attendi
giorni ancor più tremendi

Tempo non puoi aspettare,
pavidi? da rottamare!
In questa epoca asfitica
di politica omeostatica
reclama d’orgoglio sussulti:
avantimarch, tumulti!

fischia vento, ora, più forte,
“le idee di rivolta…
non sono mai morte”
(a Vladimir Majakovskij)

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/2014/01/1-febbraio-2014.html
rodcenko

Donne, è arrivato l’arrotino!

Vivere con un limite comunicativo, nello specifico la parola, ti fa incontrare una varietà di problemi. Se poi ti trovi ad essere tartaglino già dall’infanzia, cresci con questo “handicap” che sicuramente non ti agevola. L’argomento sulle difficoltà della parola non mi aveva mai sfiorato la mente. Di questo devo ringraziare Perla che ci ha fornito la cinquina di parole.

Mi capitava di prendere la parola in assemblee o davanti a numerose persone per esprimere il mio punto di vista e mi capitava, almeno all’inizio, di incespicare su alcuni termini. Con l’andare del tempo, però, l’eloquio si faceva più spedito e sicuro, abbandonando il farfugliamento. A volte mi capitava di abbozzare una certa balbuzie ma diciamo che erano le difficoltà dell’incipit. La storia è tempestata di esempi eccellenti, nei vari campi della letteratura, storia, musica. Se penso a chi con questo “disturbo” vi ha convissuto, almeno fino a che (non tutti) non è riuscito a risolverlo o superarlo, ed in particolare nella scuola elementare (oggi diremmo primaria), ovvero di ogni ordine e grado, non oso immaginare a quanti e quali prese in giro da parte dei coetanei.  In rete ho letto che nel globo terrestre soffrono di balbuzie circa 55 milioni e che tanti terapeuti lo sono stati a loro volta prima di liberarsi del problema. Se torniamo indietro nella storia Mosè alle prese col problema incaricava il fratello Aronne di esporre il suo pensiero in pubblico; nell’Esodo si legge che Mosè era balbuziente. Così pure si narra di Esopo e Demostene. I discepoli di Aristotele, addirittura, avevano l’inclinazione a farfugliare a forza di sentire gli incespicamenti verbali durante i suoi Dialogoi. Lo stesso Manzoni arrivò a rifiutare un seggio parlamentare poiché affetto da tale disturbo, pare si vergognasse di parlare in pubblico. Carrol, autore di “Alice in Paese delle meraviglie” era balbuziente. Ma anche Isaac Newton e Charles Darwin lo erano, e non ha impedito loro di essere dei grandi pensatori scientifici. Persino Marilyn Monroe, icona di bellezza senza tempo lo era, e non ne faceva certo un dramma, anzi, affascinava ancor di più. Che lo fosse Jimi Hendrix non lo sapevo, ma immagino il perché, vista la sua infanzia problematica con la madre alcolista e l’estrema povertà, al punto che i suoi insegnanti gli acquistarono una chitarra visto il suo talento per lo strumento. Gli Who in My Generation per bocca del cantante Roger Daltrey, 50 anni fa regalavano alle giovani generazioni un inno che parlava di loro, delle loro problematiche e delle indecisioni sul presente, ma soprattutto sul loro futuro, col balbettio del testo sottolinearono le difficoltà dei giovani di allora, ma potremmo dire anche di oggi; nel ritornello si dice ” <<Why don’t you all f-fade away? (Talkin’ ‘bout my generation) And don’t try to dig what we all s-s-say, (Talkin’ ‘bout my generation)>> (Perché non sparite tutti? (Parlando della mia generazione) E non cercate di capire meglio ciò che diciamo (Parlando della mia generazione)); questo ci fa capire le barriere comunicative.

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In genere si pensa che il tartaglino quando canta non ha questi problemi. A tal proposito, a distanza di svariati lustri, mi diverte il ricordo di quella barzelletta dove si dice di un lavoratore precario balbuziente chiamato a sostituire, per un breve periodo, la vedetta antincendio. Nella sua prima giornata di turno si trovò a dover avvisare la squadra antincendi che era scoppiato un incendio, ma al telefono, anche per la forte tensione, gli venne da cantare in modo intonato <<è scoppiato un grande incendio>>; l’interlocutore, senza farlo finire, pensando ad uno scherzo telefonico, gli replicò <<paraponziponzipò>>, chiudendo prontamente la telefonata sul famoso ritornello stornellesco.

E qui mi fermerei se non fosse che, mentre guardo il cielo dalla finestra della mia stanza, un cielo terso coi nuvoloni carichi di colori grigioscuri, io al calduccio, di tanto in tanto, intravedo timidi fiocchi di neve. Spero non faccia la nevicata di due anni fa. Vabbè ho le gomme termiche ed ovviamente non posso sempre sperare in un clima mite visto che vivo nell’Isola del sole.

Ed ora, terminato il post, mi ritiro di buon ordine, in attesa di leggere i vostri, non prima di notiziarvi che, in strada, sotto casa, fa eco uno dei vecchi mestieri che facevano parte della mia infanzia, insieme ai venditori di sementi e cipolle, richiamando l’attenzione agli abitanti del quartiere; lui che gira in motocarro con l’altoparlante, attirando l’attenzione, e talvolta l’ilarità, col mitico “donne, è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio“.

Saludos

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

Uragano!

Aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma Fiumicino. Al check-in, via vai di gente. Il tabellone coi led luminosi da, in sequenza, arrivi e partenze. Tre persone, in fila, saranno accomunate da un obiettivo comune.

Lui. Col biglietto in mano che rigira con nervosismo mentre canticchia mentalmente un brano dei Tenores di Bitti. Ha lavorato per anni nel nord Italia; anche all’estero. Acquisita esperienza e professionalità in diverse fabbriche come meccanico industriale si trova alla fine della carriera, col miraggio della pensione che una legge beffarda gli ha scippato; ha spostato l’astina degli anni lavorativi più in la. L’ultima azienda ne ha licenziato una parte, tutti gli altri in cassa integrazione. Nonostante gli scioperi e la dura lotta del suo sindacato contro contratti sempre di più al ribasso, anche Lui aveva ricevuto la lettera di licenziamento. Faceva parte dell’ala più dura del consiglio di fabbrica, testardo e pervicace fin da piccolo. Era scomodo. Gli altri compagni di fabbrica rimasti in produzione avevano abbassato il capo e, giorni prima, votato persino quel referendum che toglieva molti dei diritti acquistati in anni di lotte. Lui no. Oggi, già oggi!, era troppo vecchio per ricominciare all’estero, dove avrebbe certamente trovato una occupazione. Troppo giovane per la pensione. Con i risparmi si era costruito la casa al suo paese, in un piccolo centro della Sardegna. Moglie, due figli, entrambi all’università. Dovranno interrompere gli studi, pensava nell’attesa al check in, almeno per ora. Si disperava perché coi pochi soldi nel conto sarebbero riusciti a malapena a sfamarsi e pagare le tasse. Il padre, pastore di pecore, transumante da generazioni, ora costretto a letto, gli diceva sempre di non imparare un mestiere che lo avrebbe allontanato dalle sue radici e che, comunque, se avesse fatto il pastore, anche con poco gli avrebbe garantito di tirare avanti con dignità. Lui, ostinato, dopo il diploma alle industriali aveva pensato che il suo destino era quello, le macchine industriali. Ora si sente inutile.

L’Altro. Da poco arrivato dalla Palestina. Fa parte di una organizzazione non governativa con base a Gaza che si interessava di diritti umani, in particolare del reinserimento dei giovani mutilati dai bombardamenti avvenuti nel 2009 nella operazione denominata “piombo fuso”. E’ un palestinese. Almeno per metà. Il padre aveva studiato in Italia e si era sposato con una sarda, entrambi medici. L’Altro era nato nel capoluogo isolano. Quasi ogni anno, tutti e tre tornavano a Jenin, luogo di nascita del padre; da bambino gli ripeteva che non doveva perdere le proprie radici; spesso lo rimproverava perché stava per ore in silenzio con l’ipod nelle orecchie, isolato dal resto del mondo, ascoltava la sua musica preferita; spesso i DAM, gruppo hip hop palestinese che aveva sentito a Ramallah. Questo aspetto introverso del suo carattere lo aveva ereditato dal padre, almeno così diceva la madre, che l’aveva conosciuto appena arrivato all’università. In fila al check in, sempre in silenzio pensava al progetto, ai risultati che si stavano ottenendo. Aveva imparato ad usare la macchina fotografica e scriveva in un blog. L’idea gli era venuta dopo appresa la notizia che Vick Arrigoni, conosciuto al suo arrivo a Gaza, era stato ammazzato. Ora sarebbe stato più complicato scrivere su quel blog tematico, con notizie di seconda mano. Il progetto però non era stato rifinanziato, quindi doveva tornare a casa senza un’idea di che fare e con tanta rabbia in corpo  per le cose che aveva visto negli anni di lavoro li, nella Striscia. Ora si sente inutile.

Lei. bella come il sole, occhi verdi e capelli neri corvini, fisico da modella. Di buona famiglia originaria di un grosso centro del sassarese. Diploma al Liceo Classico, dove avevano studiato i due che divennero Presidenti della repubblica, vanto della sua terra. Lei, laurea in architettura a pieni voti. Studi a milano. I suoi non badavano a spese. Di giorno a lezione, di pomeriggio studiare e poi studiare. Tutta la settimana. Il sabato notte era un’altra. Molto trend, si era fatta fare alcuni tatuaggi che le ricordavano la sua terra: in particolare un fenicottero stilizzato sulla schiena. Frequentava la milano alternativa. Sempre alla ricerca di emozioni forti. Diceva che la caricavano per la settimana: rave, canne, superalcolici, mdma o più semplicemente ecstasy. Al termine degli studi aveva cambiato abitudini ed era diventata salutista. Ascoltava spesso la musica di Paolo Fresu, le ricordava la sua terra. Non aveva un ragazzo fisso. Diciamo che la solitudine non le dispiaceva. In realtà non si voleva legare a nessuno da quando il suo ragazzo, compagno delle superiori, cadde da cavallo nella festa paesana, nella corsa in onore del santo patrono paesano. Non ci fu niente da fare. Quando lo portarono all’ospedale non respirava più. Un taglio col paese e via verso l’università del nord. Ma, ora, quella città spesso immersa in quella coltre di foschia l’aveva stancata. Tanto più dopo che la società costituita con alcuni suoi amici, nel campo delle costruzioni eco compatibili, dopo due anni di attività era stata preda dei creditori che l’avevano costretta alla chiusura. Prima di tornare a casa voleva passare alcuni giorni dalla collega romana con cui aveva condiviso l’appartamento durante gli studi. Ora, si sente inutile.

L’annuncio del ritardo del volo costringe Lui l’Altro e Lei a prendere posto in sala. Le immagini del grande schermo sistemato nel bar mostrano il disastro dell’uragano Cleopatra in Sardegna. Le interviste strazianti di chi ha perso tutto.

Ora sanno cosa faranno. Sanno che li c’è bisogno di aiuto. Che nonostante tutto si può ricominciare. Anche tu che credi di aver perduto tutto, di non avere più un futuro, sappi che potresti essere uno di questi tre. Che non si può e non si deve gettare la spugna. Ma che puoi dare ancora tanto a te stesso e agli altri.

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“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ “ 

Buone feste


Frank Zappa. Morto da 4 lustri.

Frank Vincent Zappa, poco tempo prima di morire (il 4 dicembre 1993), si esprimeva con un aforisma che scavava un solco profondo fra lui, musicista con la m maiuscola, e gli altri, i giornalisti musicali. « Gli articoli dei giornalisti di musica rock sono scritti da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere »(“Ben Watson interviews Frank Zappa”, in Mojo magazine (ottobre 1993)). Lui che è stato musicista, cantautore, compositore, direttore d’orchestra, regista, attore e produttore cinematografico; Lui un eclettico, un genio musicale del ‘900, che ha sapientemente inventato e giocato con tutti i generi musicali. Tanto da non riuscire ad imbrigliarsi, con buona pace dei giornalisti musicali, nell’alveo di uno specifico genere musicale.

Dopo aver letto questo aforisma, per me estremamente vero e corretto, anche per chi voleva diventare giornalista musicale, è arduo dargli torto. Per questo, visto che cammino coi piedi per terra, benché l’idea di scrivere di musica mi abbia sempre intrigato e stimolato, mi sono posto l’obiettivo di non diventare, mai, giornalista musicale. Mi basta appena scriverne e esternare le mie emozioni, sensazioni, gusti. Tutto qui.

Giusto di recente, visto che ricorreva il ventennale dalla sua morte, mi è capitato di scovare in rete un articolo su Frank Zappa “il ricordo in 40 cover-album”.
Mi è venuta subito voglia di riascoltare tutta la sua sterminata discografia. Da Freak Out!,il suo primo album che a distanza di anni ha la capacità di tenermi, ancora oggi, non più ragazzo, avviluppato in questo caleidoscopio sonoro. Fino a “The Yellow Shark” pubblicato nel fatale 1993 con la track “Be-Bop Tango”, da far storcere il naso anche ad un tanguero scafato, visto che, a dispetto del titolo, poco ha di quel genere. A Frank piaceva scherzare di tutto e con tutto. Attirandosi spesso feroci critiche da parte di chi non capiva, o non si sforzava di capire, il suo estro anarcoide e la sua genialità. Sempre a proposito di aforismi, giusto per citarne un altro ad hoc, per farci capire il suo rapporto dicotomico amore/odio con tutto ciò che era tecnologia,  Frank Zappa disse sull’uso del computer e della tecnologia informatica :“Il computer non è in grado di trasmettervi il lato emozionale della questione. Può fornirvi la matematica, ma non le sopracciglia.” The computer can’t tell you the emotional story. It can give you the exact mathematical design, but what’s missing is the eyebrows.). Frank Zappa era anche questo. Ma ovviamente stiamo parlando di vent’anni fa. Non so se oggi sarebbe sfuggito al fascino dell’hi-tech.
Saludos

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… 5 parole … five, five, five

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ 


Frank Vincent Zappa (Baltimora, 21 dicembre 1940 – Los Angeles, 4 dicembre 1993)

waitin’ for … december 14


A Sergio Atzeni … 5 parole

A Sergio Atzeni

Luci spente in sala.
Tristi segni di corrosione
alle pareti muffite,
in chiaroscuro,
paiono graffiti shrdn.

Dimenticato, resta,
il copricapo
del saltimbanco
del cirque du soleil
sopra la sedia, impagliata.

Sparsi, come petali, tappeti
dell’etnia isolana,
a memento di chi …
passò sulla terra
leggero.

Image
Passavamo sulla terra leggeri (S. Atzeni)

… questo piccolo “memento” del grande Sergio Atzeni, fra i miei ispiratori delle mie non-storie dei non-luoghi, finito tragicamente nel mare di Carloforte, dove muore il 6 settembre 1995 sbattuto da un’onda sugli scogli dell’isola di San Pietro.


cinque parole

All’inizio pare facile. Diciamo che è facile. Si scrive con un canovaccio di parole. La regola, diciamo principale, è questa, attenersi alle parole indicate.
Cinque parole. Già! pare facile, dovrebbe esserlo. Quando si inizia a scrivere tutto scorre velocemente; tu davanti al foglio bianco devi riempirlo a piacimento. Come quando intraprendi un viaggio senza meta. Il serbatoio del carburante pieno che ti da una certa autonomia. Tu guidi la macchina, libero di camminare piano o a passo sostenuto. Senza imposizioni. Con il sottofondo musicale che decidi solo tu. Pensi che, in passato, i tuoi post erano fluidi, immediati, talvolta seguivi un filo di racconti, di storie con tuoi personaggi ricorrenti; altre volte versi, poesie, prosa. Pensi che con cinque parole Elvis Costello ha composto il titolo di un bellissimo brano dell’album National Ransom del 2010, cinque piccole parole, “five small words”. Vabbè dici è un gioco.
Potresti iniziare con una sciarada e il gioco è fatto, oppure improvvisare in modo naif una poesia di tipo futuristico senza rime senza vincoli. Così non è.
Il post, soprattutto quello che inizia una nuova fase, non lo puoi buttare così. Rincontrare vecchi amici, ed acquisirne nuovi, in rete, nel non-luogo internetiano, merita impegno. Quando ho iniziato a scrivere in “Sa domu de su bardaneri” l’ho fatto per caso. Sulla piattaforma Tiscali. Poi, quasi subito, è arrivata la grande piattaforma Splinder; ci sono salito fino al termine, finchè è durato. Ora, almeno per chi ne faceva parte, siamo tutti naufraghi. Splinder non c’è più. Ce ne siamo fatti una ragione.
Con questo nuovo punto di riferimento, siamo arruolati nella carboneria_della_parola. Quindi iniziamo questo nuovo viaggio davanti al foglio bianco che attende di essere riempito. Il tempo l’ho avuto. Il trenta novembre si avvicina. Arriverò col mio post nuovo di pacca. Nel frattempo ho proseguito le mie letture.
E di quei 5 termini ancora non riesco ad infilarne uno. Poco male, pensavo, mi arriverà l’ispirazione strada facendo, cioè scrivendo.
Da giorni mi portavo appresso il malloppone di Pessoa, “Il libro dell’inquietudine”, nel bus, nel comodino, dal medico. Già dal medico specialista. Hai presente quando senti uno strano dolore non localizzabile e ti immagini di avere una qualsiasi brutta malattia? Che ti attacchi ad internet e i sintomi indicati sono i tuoi e credi di avere proprio quella malattia, anzi no quell’altra, o quell’altra ancora. Se poi stai leggendo Pessoa il gioco è fatto. Il tedio si impadronisce di te e non ti lascia. Guccini in “Canzone quasi d’amore” parlava di “tedio a morte del vivere in provincia”. Comunque. Mi dicevo. Ci vuole uno specialista. Così ho fatto, fissare l’appuntamento e via. Succeda quel che succeda. Si muore solo una volta. Meglio sapere di cosa.
Mi trovavo nella sala d’attesa; autunno ormai iniziato, nonostante la persistente calura, quando imbatto nel frammento scritto nel 28.11.1932. Assorto nella lettura (…) “Era già arrivato l’inizio dell’autunno e, oltre alle foglie che calpestavamo, sentivamo cadere continuamente, ad accompagnare le folate di vento, altre foglie, o rumori di foglie, dappertutto dove andavamo, o eravamo andati”
… !!! … Niente non riuscivo a concentrarmi. Fra gli astanti un continuo rumoreggiare, discorsi, la politica, … hanno rubato tutti,… sono tutti uguali…, l’imu, le banche, equitalia,…ecc.ecc.
Niente, io che mi ero imposto di terminare in breve termine questo libro, mi trovavo di fronte ad un dubbio amletico: continuare nella lettura o intervenire nel discorso. I miei buoni propositi, di fronte ad una lenta ma inesorabile corrosione di questi buoni propositi, stavano trovando la quadra nel “continuare-a-leggere-ma-intervenendo-ogni-tanto-a-seconda-dell’input”.Occasione che si presentava subito perchè, uno dei presenti, seduto in fondo alla sala, in un cono d’ombra, seminascosto dall’armadio metallico, barbetta biancastra, all’apparenza magro, jeans e polo nera e con un copricapo ormai inusuale, visto che è “fuori moda” dagli anni caldi della contestazione, un basco con una stellina rossa cucita alla bellameglio, parlava di “chi ci governa in regione” con una certa proprietà di linguaggio e, funambolando coi termini, l’apostrofava come un saltimbanco della politica, un mediocre che riceve gli ordini dal Continente.
In attesa di dire la mia, al termine del frammento del libro che coincideva a fine pagina, … tadàn … si apriva la porta, del medico. Il mio turno! Lo specialista si presentava con una forte stretta di mano e un sorriso rassicurante. I suoi tratti somatici evidenziano l’appartenenza ad una etnia mediorientale. Almeno credo. La sua parlata fluida denotava competenza e capacità professionale. Mi rassicurava sul mio stato di salute. Mi dispensava un consiglio. Cambiare letture. Almeno in questi mesi tristi. L’umore ne avrebbe giovato. Ovviamente scherzava. Pessoa, era fra i suoi autori preferiti.

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