Stop al panico – fermiamo i muri

Il muro di Berlino è rimasto per 28 anni, dal 13 agosto del 1961 fino al 9 novembre 1989. Per mezzo secolo i mass media hanno parlato e continuano a parlare di questo muro, spaccandoci le palle su quella mostruosità. Quindi il muro di Berlino fa parte del passato. Buttato giù, chiuso.
Oggi. L’Ungheria vuole alzare un muro anti-migranti, così vorrebbero fare gli altri Paesi quali la Polonia l’Ucraina e magari la Francia l’Italia ecc. ecc.. A questo aggiungiamo quella mostruosità che Israele ha costruito in Palestina a partire dalla primavera del 2002. Tutto in funzione della parolina magica “sicurezza”.
I signori della guerra (l’Occidente) armano l’Oriente per tenerci in uno stato di allerta permanente e, con quella parolina magica, stanno riducendo i nostri diritti. Tu sei convinto che chiudendoti il “nemico” non arriva e starà fuori dal tuo recinto. Sbagli! Il nemico è in casa ed alimenta la tua paura. Intanto vende armi a chi “minaccia” la tua sicurezza. Ma tu sei una brava persona e ti barrichi dentro, tanto tutto il resto non conta, fuori il resto non conta.

<<Quante brave persone, tutte bene vestite, tutte bene educate, timorate di Dio, …. Quante brave persone
Quante brave persone, nelle loro casette, con le belle famiglie, tutte bene ordinate, tutto il resto non conta, fuori il resto non conta, … Quante brave persone
Quante brave persone, che poi arrivano a casa, e chiudono bene la porta, e si barricano dentro, fuori il resto non conta, tutto il resto non conta
le notizie da fuori, le ricevono solo, attraverso i canali, del modello 38 a colori (Quante brave persone – E. Bennato)>>


Ultimo frammento – Raymond Carver

Urtimu ancodeddu

E nd’asi tentu su chi
‘oliast de custa vida, fora de totu?
Eya.
E ita est chi ‘oliast?
De mi pòdiri nàrriri istimau, de m’intendi
istimau in sa terra.

Ultimo frammento
(Raymond Carver)

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

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Duel – Bud Spencer Blues Explosion

Duellu

T’apu biu caminendi
andasta fàcias a soli
e s’umbra tua fiat longa
e nd’arribada anc’a mimi
ca fia sceti riflessu
in su prùinu
cumenti su soli
T’apu biu in sa luxi
ca mi pariast su soli
e apu serrau is ogus de
làgrimas e prùinu
chi nci fiat aintru ‘e mei
cumenti su soli

Duel
(Bud Spencer Blues Explosion)
Ti ho vista camminare
andavi verso il sole
e la tua ombra era lunga
e arrivava a me
che ero solo un riflesso
nella polvere come il sole
Ti ho vista nella luce
che mi sembravi il sole
e ho chiuso gli occhi di
lacrime e polvere
e ti ho trovata nel buio
che era dentro me
come il sole

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La corbelleria

Sa tonteria

Tempus maccu chi nemos lu cumprendet
sa zente est furriada a fundu a susu
ca de virtude no nde tenen prusu
in tonteria e machiores si perdet

su chi bìdene in sa televisione
creden chi siet sa santa beridade
de àbulas nde collin in cantidade
passant una vida de credentzone

polìticos e atores po modellu
si cundennaos naran … c’an fattu nudda
sighin fitianu cun cherbeddu ‘e pudda,

su chi faghen cussos lis paret bellu.
ma si est puru gai in domo su bighinu
lu cheren cundennau che assassinu

tv

La corbelleria

Tempo pazzo che nessuno comprende
la gente rivoltata da giù a su
perchè non ha più virtù
in corbelleria e pazzie si perde

ciò che vedono nella televisione
credono che sia la santa verità
di bugie ne collezionano in quantità
passano una vita da credulone

politici e attori prendono a modello
se condannati dicono … non han fatto nulla
proseguono i giorni col cervello di gallina,

quel che fanno loro li sembra bello
ma se si comporta così in casa il loro vicino
lo vogliono condannato come assassino

(con la traduzione si perdono le sfumature della “limba”. pazienza)

(sonetto con endecasillabi)

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link: http://carbonaridellaparola.blogspot.it/2014/03/15-marzo-2014.html


SHRDN

Aveva fatto di tutto per essere puntuale ma quella maledetta febbre era stata un ostacolo tremendo. Da quei primi timidi post in quella piattaforma virtuale ormai scomparsa si era dovuto attrezzare per proseguire la sua missione. Sapeva che era in ritardo ma era in ballo e il gioco doveva andare avanti, anche se il post veniva sparato nell’etere dopo l’ora indicata. Certo non era l’unico incaricato di svolgere la missione in quel mondo che chiamavano la rete; sapeva che altri, seppur inconsapevoli, stavano facendo la loro parte; e dopo di loro i loro i figli e altri ancora si sarebbero aggiunti. Prima di spargersi in ogni dove, prima della diaspora dalla Terra-in-mezzo-al-grande-mare-tondo, dopo la grande sconfitta che aveva visto lottare e morire i guerrieri migliori e dopo quel maledetto cataclisma che seppellì buona parte di quel che era rimasto della loro grande civiltà. Quelli che rimasero iniziarono a combattersi fra di loro in una faida senza senso; mentre gli altri popoli che arrivavano dal mare entravano e razziavano quanto più potevano, in una sorte avversa, Loro che erano Il Popolo del Mare travolti da chi veniva dal mare.

Lui faceva parte della gente di Mas-Oneh’Branhu. Di questo posto ne aveva parlato e scritto diverse volte in rete. Questo gli aveva permesso di entrare di nuovo in contatto con chi aveva le sue origini e che inconsapevolmente proseguiva la missione dei suoi avi. Ricorda cosa accadde quella notte, ma ovviamente il ricordo gli era stato tramandato dal padre, nei minimi dettagli, così pure come vivevano, le tradizioni, i mestieri, i cibi, le feste, i riti. Una notte blucobalto, scelta appositamente perché dopo 333 anni la luna ad una certa ora si sarebbe affacciata e tuffata nel pozzo davanti all’esedra scavato sotto la roccia antropomorfa da cui, a quanto si diceva, era nato tutto. Quella notte i più anziani decisero che era finito il tempo di piangersi addosso, da quel momento ogni atteggiamento lamentoso e querulo doveva essere abbandonato per far posto a quello del riscatto. Dopo il rituale magico si sarebbe presa una decisione. Lo scarabeo era stato liberato disegnando segni e cerchi per terra, incomprensibili ai più, ma non a Bachis, il grande vecchio, custode de codice dei segni. La decisione venne presa. I giovani dovevano partire e mischiarsi in mezzo agli altri popoli, mantenendo le tradizioni e la grande cultura per tramandarla ai posteri. Solo così nulla sarebbe andato irrimediabilmente perduto, Mas-Oneh’Branhu poteva rinascere col suo antico splendore. Dopo secoli, poco importa, il tempo è relativo. Partirono e si sparpagliarono imparando nuovi idiomi e assorbendo altre culture. Ciò che erano restava comunque intatto, un nocciolo duro da scalfire. Era stato messo in conto che alcuni, o i loro figli, avrebbero dimenticato presto la missione abbandonandosi ai divertimenti, accontentandosi di soddisfare le voglie passeggere nelle società culturalmente effimere. Lui no. Era tornato da pochi anni da quel posto che viene ancora oggi definito “il continente”. Li lavorava in una fabbrica dell’indotto che produceva parti di vetture; fiutando l’aria si era reso conto che i segnali della “crisi” l’avrebbero costretto ad accettare condizioni di lavoro pessime. Licenziatosi prese la liquidazione con cui rilevò un piccolo podere di uno dei suoi parenti. Poteva dedicarsi alla campagna, in particolare a piantare alberi e all’innesto delle piante da frutto; lo aveva colpito il racconto di quel tale che piantava alberi in una landa desolata diventata poi rigogliosa. Quel poco che ricavava dalla terra e dalle poche pecore gli permetteva oggi di vivere dignitosamente. Parte della missione era stata eseguita, restava la più importante: far sapere agli altri che noi siamo il Popolo SHRDN.

ABA 1 Pranu Antas

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:   http://carbonaridellaparola.blogspot.it/2014/02/1-marzo-2014.html


Verba Ludica in haiku

L’haiku (俳句, pronuncia giapponese /haikɯ/ con tono basso su /ha/ e tono alto su /ikɯ/) è un componimento poetico nato in Giappone, composto da tre versi per complessive diciassette sillabe. (5,7,5)

Verba Ludica!
un gioco di scrittura
con forme haiku

haiku
tuoni, fulmini,
un lampo …intuizione,
apro l’ombrello

Ama col cuore
le cattiverie scorda
sotto la luna

su carta crespa
un sonetto d’amore
scriverò per te

sbatte sincrona
un’anta di persiana
nel maestrale

ho barattato
nel mercato dei sogni
pianti con risi

haiku575

cupi volano
nei campi d’asfodelo
aerei da guerra

>>>>> haiku ferragostani

haiku1

ombra di leccio

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:   http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

Time are changin’?

Time are changin’?

Tempo di cambiare!
Hai l’anima da barattare?
nell’Omeostasi politica
l’indignazione, ciclica,
gravida di sussulti
per gesti inconsulti

mostra patina cinica,
Minima moralia in clinica,
Sonorità in cantina,
tromba freejazz in sordina,
col ritmo da barricata,
a da passà a nottata.

Graffiti in tinta plasma,
sui muri un ectoplasma!
Mentre tifi rivolta,
il “sindaco” ti da batosta
lasciando a gomme a terra
chi dichiarava guerra

con gridi masticati
di inni operaisti
ideologie in soffitta
costretti a chiuder ditta
tu a bordo fiume attendi
giorni ancor più tremendi

Tempo non puoi aspettare,
pavidi? da rottamare!
In questa epoca asfitica
di politica omeostatica
reclama d’orgoglio sussulti:
avantimarch, tumulti!

fischia vento, ora, più forte,
“le idee di rivolta…
non sono mai morte”
(a Vladimir Majakovskij)

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link:  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/2014/01/1-febbraio-2014.html
rodcenko

Donne, è arrivato l’arrotino!

Vivere con un limite comunicativo, nello specifico la parola, ti fa incontrare una varietà di problemi. Se poi ti trovi ad essere tartaglino già dall’infanzia, cresci con questo “handicap” che sicuramente non ti agevola. L’argomento sulle difficoltà della parola non mi aveva mai sfiorato la mente. Di questo devo ringraziare Perla che ci ha fornito la cinquina di parole.

Mi capitava di prendere la parola in assemblee o davanti a numerose persone per esprimere il mio punto di vista e mi capitava, almeno all’inizio, di incespicare su alcuni termini. Con l’andare del tempo, però, l’eloquio si faceva più spedito e sicuro, abbandonando il farfugliamento. A volte mi capitava di abbozzare una certa balbuzie ma diciamo che erano le difficoltà dell’incipit. La storia è tempestata di esempi eccellenti, nei vari campi della letteratura, storia, musica. Se penso a chi con questo “disturbo” vi ha convissuto, almeno fino a che (non tutti) non è riuscito a risolverlo o superarlo, ed in particolare nella scuola elementare (oggi diremmo primaria), ovvero di ogni ordine e grado, non oso immaginare a quanti e quali prese in giro da parte dei coetanei.  In rete ho letto che nel globo terrestre soffrono di balbuzie circa 55 milioni e che tanti terapeuti lo sono stati a loro volta prima di liberarsi del problema. Se torniamo indietro nella storia Mosè alle prese col problema incaricava il fratello Aronne di esporre il suo pensiero in pubblico; nell’Esodo si legge che Mosè era balbuziente. Così pure si narra di Esopo e Demostene. I discepoli di Aristotele, addirittura, avevano l’inclinazione a farfugliare a forza di sentire gli incespicamenti verbali durante i suoi Dialogoi. Lo stesso Manzoni arrivò a rifiutare un seggio parlamentare poiché affetto da tale disturbo, pare si vergognasse di parlare in pubblico. Carrol, autore di “Alice in Paese delle meraviglie” era balbuziente. Ma anche Isaac Newton e Charles Darwin lo erano, e non ha impedito loro di essere dei grandi pensatori scientifici. Persino Marilyn Monroe, icona di bellezza senza tempo lo era, e non ne faceva certo un dramma, anzi, affascinava ancor di più. Che lo fosse Jimi Hendrix non lo sapevo, ma immagino il perché, vista la sua infanzia problematica con la madre alcolista e l’estrema povertà, al punto che i suoi insegnanti gli acquistarono una chitarra visto il suo talento per lo strumento. Gli Who in My Generation per bocca del cantante Roger Daltrey, 50 anni fa regalavano alle giovani generazioni un inno che parlava di loro, delle loro problematiche e delle indecisioni sul presente, ma soprattutto sul loro futuro, col balbettio del testo sottolinearono le difficoltà dei giovani di allora, ma potremmo dire anche di oggi; nel ritornello si dice ” <<Why don’t you all f-fade away? (Talkin’ ‘bout my generation) And don’t try to dig what we all s-s-say, (Talkin’ ‘bout my generation)>> (Perché non sparite tutti? (Parlando della mia generazione) E non cercate di capire meglio ciò che diciamo (Parlando della mia generazione)); questo ci fa capire le barriere comunicative.

balbuzie-news-public-speaking-per-balbuzienti

In genere si pensa che il tartaglino quando canta non ha questi problemi. A tal proposito, a distanza di svariati lustri, mi diverte il ricordo di quella barzelletta dove si dice di un lavoratore precario balbuziente chiamato a sostituire, per un breve periodo, la vedetta antincendio. Nella sua prima giornata di turno si trovò a dover avvisare la squadra antincendi che era scoppiato un incendio, ma al telefono, anche per la forte tensione, gli venne da cantare in modo intonato <<è scoppiato un grande incendio>>; l’interlocutore, senza farlo finire, pensando ad uno scherzo telefonico, gli replicò <<paraponziponzipò>>, chiudendo prontamente la telefonata sul famoso ritornello stornellesco.

E qui mi fermerei se non fosse che, mentre guardo il cielo dalla finestra della mia stanza, un cielo terso coi nuvoloni carichi di colori grigioscuri, io al calduccio, di tanto in tanto, intravedo timidi fiocchi di neve. Spero non faccia la nevicata di due anni fa. Vabbè ho le gomme termiche ed ovviamente non posso sempre sperare in un clima mite visto che vivo nell’Isola del sole.

Ed ora, terminato il post, mi ritiro di buon ordine, in attesa di leggere i vostri, non prima di notiziarvi che, in strada, sotto casa, fa eco uno dei vecchi mestieri che facevano parte della mia infanzia, insieme ai venditori di sementi e cipolle, richiamando l’attenzione agli abitanti del quartiere; lui che gira in motocarro con l’altoparlante, attirando l’attenzione, e talvolta l’ilarità, col mitico “donne, è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio“.

Saludos

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

Uragano!

Aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma Fiumicino. Al check-in, via vai di gente. Il tabellone coi led luminosi da, in sequenza, arrivi e partenze. Tre persone, in fila, saranno accomunate da un obiettivo comune.

Lui. Col biglietto in mano che rigira con nervosismo mentre canticchia mentalmente un brano dei Tenores di Bitti. Ha lavorato per anni nel nord Italia; anche all’estero. Acquisita esperienza e professionalità in diverse fabbriche come meccanico industriale si trova alla fine della carriera, col miraggio della pensione che una legge beffarda gli ha scippato; ha spostato l’astina degli anni lavorativi più in la. L’ultima azienda ne ha licenziato una parte, tutti gli altri in cassa integrazione. Nonostante gli scioperi e la dura lotta del suo sindacato contro contratti sempre di più al ribasso, anche Lui aveva ricevuto la lettera di licenziamento. Faceva parte dell’ala più dura del consiglio di fabbrica, testardo e pervicace fin da piccolo. Era scomodo. Gli altri compagni di fabbrica rimasti in produzione avevano abbassato il capo e, giorni prima, votato persino quel referendum che toglieva molti dei diritti acquistati in anni di lotte. Lui no. Oggi, già oggi!, era troppo vecchio per ricominciare all’estero, dove avrebbe certamente trovato una occupazione. Troppo giovane per la pensione. Con i risparmi si era costruito la casa al suo paese, in un piccolo centro della Sardegna. Moglie, due figli, entrambi all’università. Dovranno interrompere gli studi, pensava nell’attesa al check in, almeno per ora. Si disperava perché coi pochi soldi nel conto sarebbero riusciti a malapena a sfamarsi e pagare le tasse. Il padre, pastore di pecore, transumante da generazioni, ora costretto a letto, gli diceva sempre di non imparare un mestiere che lo avrebbe allontanato dalle sue radici e che, comunque, se avesse fatto il pastore, anche con poco gli avrebbe garantito di tirare avanti con dignità. Lui, ostinato, dopo il diploma alle industriali aveva pensato che il suo destino era quello, le macchine industriali. Ora si sente inutile.

L’Altro. Da poco arrivato dalla Palestina. Fa parte di una organizzazione non governativa con base a Gaza che si interessava di diritti umani, in particolare del reinserimento dei giovani mutilati dai bombardamenti avvenuti nel 2009 nella operazione denominata “piombo fuso”. E’ un palestinese. Almeno per metà. Il padre aveva studiato in Italia e si era sposato con una sarda, entrambi medici. L’Altro era nato nel capoluogo isolano. Quasi ogni anno, tutti e tre tornavano a Jenin, luogo di nascita del padre; da bambino gli ripeteva che non doveva perdere le proprie radici; spesso lo rimproverava perché stava per ore in silenzio con l’ipod nelle orecchie, isolato dal resto del mondo, ascoltava la sua musica preferita; spesso i DAM, gruppo hip hop palestinese che aveva sentito a Ramallah. Questo aspetto introverso del suo carattere lo aveva ereditato dal padre, almeno così diceva la madre, che l’aveva conosciuto appena arrivato all’università. In fila al check in, sempre in silenzio pensava al progetto, ai risultati che si stavano ottenendo. Aveva imparato ad usare la macchina fotografica e scriveva in un blog. L’idea gli era venuta dopo appresa la notizia che Vick Arrigoni, conosciuto al suo arrivo a Gaza, era stato ammazzato. Ora sarebbe stato più complicato scrivere su quel blog tematico, con notizie di seconda mano. Il progetto però non era stato rifinanziato, quindi doveva tornare a casa senza un’idea di che fare e con tanta rabbia in corpo  per le cose che aveva visto negli anni di lavoro li, nella Striscia. Ora si sente inutile.

Lei. bella come il sole, occhi verdi e capelli neri corvini, fisico da modella. Di buona famiglia originaria di un grosso centro del sassarese. Diploma al Liceo Classico, dove avevano studiato i due che divennero Presidenti della repubblica, vanto della sua terra. Lei, laurea in architettura a pieni voti. Studi a milano. I suoi non badavano a spese. Di giorno a lezione, di pomeriggio studiare e poi studiare. Tutta la settimana. Il sabato notte era un’altra. Molto trend, si era fatta fare alcuni tatuaggi che le ricordavano la sua terra: in particolare un fenicottero stilizzato sulla schiena. Frequentava la milano alternativa. Sempre alla ricerca di emozioni forti. Diceva che la caricavano per la settimana: rave, canne, superalcolici, mdma o più semplicemente ecstasy. Al termine degli studi aveva cambiato abitudini ed era diventata salutista. Ascoltava spesso la musica di Paolo Fresu, le ricordava la sua terra. Non aveva un ragazzo fisso. Diciamo che la solitudine non le dispiaceva. In realtà non si voleva legare a nessuno da quando il suo ragazzo, compagno delle superiori, cadde da cavallo nella festa paesana, nella corsa in onore del santo patrono paesano. Non ci fu niente da fare. Quando lo portarono all’ospedale non respirava più. Un taglio col paese e via verso l’università del nord. Ma, ora, quella città spesso immersa in quella coltre di foschia l’aveva stancata. Tanto più dopo che la società costituita con alcuni suoi amici, nel campo delle costruzioni eco compatibili, dopo due anni di attività era stata preda dei creditori che l’avevano costretta alla chiusura. Prima di tornare a casa voleva passare alcuni giorni dalla collega romana con cui aveva condiviso l’appartamento durante gli studi. Ora, si sente inutile.

L’annuncio del ritardo del volo costringe Lui l’Altro e Lei a prendere posto in sala. Le immagini del grande schermo sistemato nel bar mostrano il disastro dell’uragano Cleopatra in Sardegna. Le interviste strazianti di chi ha perso tutto.

Ora sanno cosa faranno. Sanno che li c’è bisogno di aiuto. Che nonostante tutto si può ricominciare. Anche tu che credi di aver perduto tutto, di non avere più un futuro, sappi che potresti essere uno di questi tre. Che non si può e non si deve gettare la spugna. Ma che puoi dare ancora tanto a te stesso e agli altri.

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“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ “ 

Buone feste