Archivi del mese: luglio 2010

Il sogno

Steso sulla strada ghiaiosa con la testa riversa all'indietro, verso la cunetta, sopra ciuffi d'erba rinsecchiti e fiori sbiaditi, di campo, potrebbe essere primavera inoltrata, oppure il termine dell'estate, verso l'autunno. Un rivolo di sangue quasi aggrumato nell'angolo della sua bocca. Camicia bianca senza colletto fuori dai pantaloni, un lembo ancora infilata fra i calzoni di velluto millerighe nero, coi risvoltini nelle tasche anteriori, scarpe di pelle scurite dalle ungiture di grasso, per renderle repellenti all'acqua. Il braccio destro sotto il corpo, spunta, appena, la mano. L'altro braccio steso, lungo, in avanti. Un libro nella mano sinistra, stretto fra il pollice e l'indice e le altre dita chiuse. Il libro è aperto a pagina 37, il vento apre e chiude le successive a seconda delle folate. A seconda del vento, un leggero maestralino alternato da scirocco, fa intravedere l'inizio di un capitolo, quanto meno lo si capisce perchè la scrittura si intravede a metà pagina, mentre nella precedente, a sinistra, in alto si scorgono appena due righe. Il suo corpo, quello di chi stiamo descrivendo, pare senza vita, forse lo è, oppure egli è solo svenuto, magari in seguito ad una caduta. Capelli corti che contornano un’ampia stempiatura; la faccia sporca di fango, forse in seguito alla caduta. Che sia vivo non si sa, la descrizione ci serve solo per cominciare una storia, che probabilmente non avrà una fine, perchè questa è una storia di tanti che può accadere, che è già accaduta. Una storia che può essere alla fine o all'inizio di una serie di accadimenti. Tutto quì. Chissà, perchè la storia, la sua, o forse quella di tanti, ma anche di chi ora l'ha digitata, è inserita, racchiusa, impressa in quel libro. Che ha scritto lui, forse in parte, magari con frammenti di vita raccontati da altri, che coincidono con parti, o frammenti della sua vita, della sua storia. Qualcuno ritiene di averla sentita raccontare, ma in sogno da un suo lontano parente, che gli raccontava di un tale che girava con un libro, tascabile, con copertina nera come quei taccuini di viaggio, in cui si annotano appunti indirizzi o impressioni. Bene questo qualcuno pareva che leggesse il libro, mentre ne declamava il contenuto quasi fosse poesia, a rime sciolte, con l'aria assorta e impegnata nella mimica e nel tono della voce, per dare sacralità e impressionare l'ascoltatore. Mano a mano che racconta apre il libro a caso, guarda una pagina, inclina appena il capo, si porta l'indice e il pollice della mano destra verso gli occhi chiusi, all'attaccatura superiore del naso e con movimento rotatorio si tocca le palpebre e sospira, prima di ricominciare il racconto. Dopo ogni storia, racconto o pezzo di esso, l'ascoltatore non rammenta i pezzi precedenti, in quanto intento a riflettere sulle coincidenze fra la storia e la sua , quella della sua vita, a volte pezzi del racconto sembrano tratti da un suo sogno ricorrente, che per certi versi vorrebbe fosse realtà, altre volte invece si sveglia bruscamente sudato e impaurito. Ebbene in uno di questi sogni, l'ascoltatore l’ha visto, ora lo ricorda, un tale che aveva stretto fra le dita un libro con la copertina scura, in cerca di uditori, di persone interessate a conoscere la storia di non si sa bene chi. Quindi torniamo all'inizio di questa breve storia, che potrebbe essere anche il mezzo, ma ovviamente anche prossima alla sua fine. Si narra, in essa, di un tale che ramingo nelle terre lontane, cercava di fare ritorno a casa, nella “Terra in mezzo al grande mare tondo”. Già proprio lì, quella terra che aveva dovuto abbandonare per motivi che orai non ricordava più, aveva un pezzo di terra, con tanti ulivi e piante da frutto, intorno, a chiusura del tancato siepi di lentischio e fichi d'india, nella parte a nord chiusa da un costone roccioso a forma antropomorfa. Quella forma dall'aspetto imponente guardava a valle e pareva fosse posta a guardia del circostante e che nulla gli sfuggisse. Bene, dicevo, voleva tornare li, a ritrovare se stesso, magari nelle giornate di fine estate, nel turbinio del maestrale. Stava tornando. Decise di fermarsi in un paese, manco a dirlo nel mezzo della festa del paese, Sa Festa Manna. Lì viene scambiato per Bainzu che mancava da anni e che era il miglior corridore del paese, suscitando spesso l'invidia dei suoi coetanei. Il giorno, proprio quello della corsa, de Sa Carrela, quel tale è lì. Monta un puro sauro anglo arabo sardo, glielo ha portato uno che dice di essere suo cugino  e che lo saluta contento con le lacrime agli occhi. Comincia la corsa, i cavalli sono nervosi, si sentono spari delle doppiette, si corre nella polvere che tutto avvolge e tutti avvolge, si spronano i cavalli si urla si incita, si spara. Il tale cade, disarcionato, stretto fra la ressa dei cavalli in corsa.
Il giorno non potrà tornare al suo pezzo di terra, forse non potrà più, forse ha battuto violentemente e fatalmente il capo per terra, forse. Magari è stato colpito da chi credeva fosse uno di quelli della faida che insanguina il paese da duecento anni. Chissà. Intanto è a terra, con il libro fra le dita, quel libro che nessuno si è accorto portasse durante la corsa. Ha un'aria assorta quasi sognante, forse sogna di tornare nella sua terra, o forse sogna questa storia da raccontare per stimolare racconti o altri frammenti di altre storie, che sono parte della nostra storia che a poco a poco dimentichiamo. Questo ho sognato, mi diceva un amico mentre tornavamo a casa dopo un lungo viaggio alla ricerca di noi stessi. Un viaggio che, quasi, ci faceva dimenticare chi eravamo e quali erano le nostre radici. E meno male che c'è ancora qualcuno che sogna.

"Il sogno di uno è parte della memoria di tutti" (Jorge Luis Borges)


 

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I fogli bianchi

Alda Merini
da "Fogli bianchi"

Sos fozos biancos sunis sos oros de s'anima fora de sestu
e ego in custu trastu agrudurche ap' a chèrrere una die mòrrere
poite su fozu biancu est violentu
 violentu comente una pandela, un ispèntumu de fogu
 e gai ego m'aderetzo lìtera po lìtera po semper
a guisa chi calecunu m'at a lèghere, ma nemos imparet nudda
poite sa vida est unu bucone
est bucone de vida
 … sos fozos biancos oros de s'anima fora de sestu

 

I fogli bianchi sono la dismisura dell'anima/ e io su questo sapore agrodolce vorrò un giorno morire/ perchè il foglio bianco è violento/ violento come una bandiera, una voragine di fuoco/ e così io mi compongo, lettera su lettera all'infinito/ affinchè uno mi legga, ma nessuno impari nulla/ perchè la vita è sorso/ è sorso di vita…i fogli bianchi dismisura dell'anima (Alda Merini da "Fogli