Archivi del mese: dicembre 2006

questa è la fine

"Questa è la fine/quante volte avremmo voluto dirlo/un po profeti di sventura, un po senza capirlo/per poi andarcene in silenzio/subito prima dell’inverno/con le foglie che, come da copione, ci muoiono intorno."

…questa è la fine, di jimmorrisiana memoria, in un tappeto di chitarre sapientemente dosate da Giorgio Canali e la sua formazione, i Rossofuoco.
Si questa è la fine! testo di un realismo crudele, vero, autentico, angosciante, forse cinico, ma concreto; non lontano da quella scritta e cantata da Jim, che scivolava lenta e inesorabile sul mito edipico, ma pur sempre "la fine", la sua, immaginata nell’indimenticabile e sempre attuale film "Apocalypse now"; si la fine, The end, colonna sonora di quel film: racconto di ciò che fu il pantano Vietnam dove si infranse l’american dreaming.
"Questa è la fine", brano di apertura dell’album "Rossofuoco" del 2002. Le note sono quelle, si proprio quelle, dell’omonimo album dei Doors, il brividino nella schiena ti percorre come quando ascolti quella, si "la fine" di Jim, che forse è anche la fine di un’idea, o delle idee, quelle buone, come l’idea di Pace, con la P maiuscola; una fine senza la tastiera di Ray Manzarek, perché sia meno sdolcinata e languida la realtà descritta da Canali: la fine nel pantano terzo millennio del medioriente, con i sempreverdi yankees sceriffi planetari in perenne lotta contro "il male", che se non c’è bisogna inventarlo.
Questa è la fine di Giorgio canali: le ambientazioni attualizzate con voli pindarici verso mondi mediatici che quotidianamente ti propinano dosi di immagini che annilichilscono i videoutenti, passivi ed impotenti dall’inizio alla fine, nell’eterna apatica attenzione sui fatti del presente, sapientemente rappresentato in montaggi assemblati a random, nei servizi news reality, dove chi muore è sempre lo stesso popolo,("quella fine che altrove hanno già visto arrivare") quarto o quinto mondo del globale opulento.
Si la fine! fra una reclame di un mega panino di cibo spazzatura e la biancheria intima della strafiga del momento, mentre lì, dove piovono bombe, il slow food o il gusto "estetico" sono l’ultimo dei pensieri. La fine del signor e la signora chisenefrega che dopo essersi scambiati un bacio, dicono: "Meglio cambiare canale!"… col telecomando in una mano ed una coppa di spumante d.o.c. per brindare alla "fine" dell’anno.
Già La Fine! ("non c’è niente da vedere qui/sugli schermi solo noia/pioggia di missili su Gaza/e qualche faccia da troia ").

E sulle ultime note di "Questa è la fine", un altro anno finisce.
Auguri, comunque.
"Questa è la fine, sia benedetta la fine…"

<<Ed ecco, uscì un altro cavallo, rosso, e a colui che vi stava sopra fu dato il potere di togliere la pace dalla terra, e di far si che gli uomini si sgozzassero fra di loro, e gli fu consegnata una grande spada.>> (Apocalisse 4,6,4)

Questa E’ La Fine
(Giorgio Canali
Rossofuoco (2002))
Questa è la fine
quante volte avremmo voluto dirlo
un po’ profeti di sventura, un po’ senza capirlo
per poi andarcene in silenzio
subito prima dell’inverno
con le foglie che, come da copione, ci muoiono intorno

Questa è la fine, cara vecchia amica, la fine,
metà poeti maledetti, metà belle statuine
ma la fine è la fine
non è qualcosa che s’invoca
la fine viene quando vuole
poesia ne ha poca.
Chiudi gli occhi amore
non c’è niente da vedere qui
sugli schermi solo noia
pioggia di missili su Gaza
e qualche faccia da troia

Questa è la fine, la senti arrivare
con la fanfara di ottimisti che non ci vogliono pensare
che questa fine, in fondo, è lì da quando sono nati
e che qualcuno alla fine li ha sempre graziati

Questa è la fine, sia benedetta la fine
con tanto di fulmini in cielo, fuoco e giù, distruzione,
quella fine che altrove hanno già visto arrivare
e io qui a prendermi il lusso di morire d’amore

Questa è la fine, la solita fine annunciata
e riannunciata mille volte, mille e una volta rinviata
la fine con gli angeli in cielo
che, come avvoltoi, aspettano la parola fine
volteggiando su di noi
Togli l’audio, amore,
non c’è niente da sentire qui
nei postriboli del postrock
anemici piagnucolano dentro i riverberi

Questa è la fine
e si parte così senza avere
una risposta alle domande
che ci hanno sempre fatto dannare
come: "chi sarà mai l’idiota
che sta in testa alla coda
in corsia di sorpasso ai novanta all’ora".


Ho Sognato Una Strada

Apo bisau una carrela

Apo bisau una carrela
chi s’arrumbat in d-unu ponte
e a s’ater’ala de muru in muru
curret s’orizonte
m’at a serbire un’iscala
m’at a serbire una lughe
m’at a serbire su corazu
de ghetare una boghe

mi cherzo sarbare, mi cherzo sarbare
ego puru

Chi apo bisau su perdonu
e unu sordadu de bint’annos
chi isparabat a un òmine
chi isetabat ritzu
no si pediat paghe
e li torravan gherra
lagrimas po su petroliu
supra totu su mundu

mi cherzo sarbare
dae totu custu
mi cherzo sarbare ego puru

iat a bastare un’allega
iat a bastare un’allega
in buca
a s’anzone de Deus

Si sos mannos tostorrudos
de su mundu
no che trazan in fundu
at a esser chi die pro die
ap’aer bisau tropu meda
ah, si iat a acabare custu iscuru
cumente si che calat sa bandera
cumente si che calat s’orgolliu
a sa matessi manera

m’ia poter sarvare, m’ia poter sarvare
ego puru

Ho Sognato Una Strada
Ivano Fossati
 – L’Arcangelo (2006) –

Ho sognato una strada
Che si ferma su un ponte
E che di là da un muro alto
Corre l’orizzonte
Mi ci vorrebbe una scala
Mi ci vorrebbe una luce
Mi ci vorrebbe il coraggio
Di dare una voce

Voglio salvarmi, voglio salvarmi
Anch’io

Che ho sognato il perdono
E un soldato di vent’anni
Che sparava a un uomo
Che aspettava in piedi
Noi si chiedeva la pace
E si riceveva la guerra
Lacrime per il petrolio
Sopra tutta la terra

Voglio salvarmi
Da tutto questo
Salvarmi anch’io

Basterebbe una parola
Basterebbe una parola
In bocca
All’agnello di Dio

Se i grandi ottusi
Della Terra
Ci trascinano a fondo
Sarà che giorno dopo giorno
Avrò sognato troppo a lungo
Ah, se passasse questo buio
Come si ammaina la bandiera
Come si ammaina l’orgoglio
Alla stessa maniera

Potrei salvarmi, potrei salvarmi
Anch’io

Basterebbe una parola
Basterebbe una parola
In bocca
All’agnello
Di Dio

Voglio salvarmi voglio salvarmi
Voglio salvarmi, voglio salvarmi

Ho comprato una strada
In mezzo alla foresta
Prego per questi alberi
E prego per la mia testa
Mi sono fatto una strada
E ho costruito un ponte
E vi dico che aspetto l’angelo
Dall’orizzonte.
Io sì.

Pace nel mondo, subito!


Morire di pena

La barbarie della pena di morte.
Ieri l’ennesimo omicidio di Stato negli U.S.A..
 Ma gli U.S.A.  non sono gli unici  ad "utilizzare" il rimedio, sono in buona compagnia con Cina e tanti altri Stati di diversa forma di governo. Una vergogna che r-esiste.
Purtroppo al momento non è possibile avere l’abrogazione di questa infame pena dal mondo, col semplice schioccare delle dita, con uno snap!
Nell’immediato puoi comunque  chiedere la moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite firmando l’appello. 


Dei delitti e delle pene,
di Cesare Beccaria

Capitolo 28 – DELLA PENA DI MORTE
Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?

Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.

La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.


Cile ferito

La morte ha ucciso il boia. Avrebbe meritato, per il male arrecato ad un intero popolo, il Cile, la vita perpetua. Non fosse altro per espiare e meditare sulle proprie colpe. Da noi si dice "Ancu mai morzas", "che tu non possa mai morire". Una sorta di dannazione perpetua, fra i "vivi", in eterno, lentamente dimenticato ed abbandonato dai viventi, come una cosa inutile e dannosa, ma vivo. Questo avrebbe meritato, senza un briciolo di "pietas". Le grida dei torturati esigono questo. La dannazione perpetua fra i viventi.
Tuttavia il boia latinoamericano ha lasciato il mondo dei viventi alla veneranda età di anni 91. Si dice "Zente mala non morit mai", gente cattiva non muore mai". Tuttavia! Da quel funesto undici settembre 1973, per il popolo cileno, un undici settembre indimenticabile, a seguire 17 lunghi anni di dittatura atroce.
Luis Sepùlveda, ricorda così quel giorno di golpe: <<Era un giorno cupo pieno di nuvole, come se anche il tempo avesse capito che si stava avvicinando una notte di grande tristezza. Ma Allende, nel suo ultimo messaggio a Radio Santiago, non ebbe parole di tristezza, bensì di ottimismo, di grande onestà. Un giorno come oggi, quando mi guardo allo specchio, mi dico "compagno, sei stato nel giusto.>> Ottimismo e speranza che presto si spensero col presidente Salvador Allende, e con lui la democrazia.
Ma torniamo all’uomo che oggi più non c’è. La sua politica si fondò sopratutto sulla violenza e la tortura, lo stadio nazionale di Santiago venne trasformato, nei giorni del golpe, in un campo di concentramento. Tremila perseguitati spariromo definitivamente. Diciasette anni terribili di giunta militare.
Oggi, la calca dei suoi supporters per l’ultimo saluto, alcuni giovanissimi, insieme ad altri meno giovani, che ne supportano la complicità dei crimini di questo animale contro l’umanità. Altri brindano festosi la dipartita dell’aguzzino. I familiari ne richiedono i funerali di Stato, già!di Stato!, quello che in quegli anni era diventato la depandance di casa sua, con potere di vitae e necis su tutti. Avrà funerale militare, quello che si addice ad un macellaio di vite umane.
Oggi il sipario è calato. Ma non si deve dimenticare. Non si può dimenticare, non si possono dimenticare le ferite ancora aperte del popolo cileno.

Chile Herido
1974]
Testo di Jorge Coulón Larrañaga
Musica di Luis Advis Vitaglich
– Inti illimani
Dall’album "La nueva canción Chilena"
Una historia cuenta el viento
de amor, lucha y agonía,
de un pueblo que florecía
conquistando el nuevo tiempo.
Y el hombre de cada día
trabajando la esperanza
con la canción en los labios
su futuro construía.
El canto se hizo silencio,
mil manos quedaron frías,
cayó violenta la noche
sobre miradas vacías.
Y el hombre que caminaba
entre banderas floridas
quedó mirando sin ver
cómo su patria moría.
Cayó violenta la noche,
en Chile sangra una herida.
Se ofende toda la tierra
de ver este pueblo herido;
millones piden castigo
para estas feroces hienas.
Y el Chile que lucha unido
por alumbrar la mañana
sabrá imponer la justicia
de los puños contenidos.
Y de banderas de pobres
se llenarán los caminos;
renacerá con la patria
el canto de los martillos.
Y el compañero caído
muerto por cuatro asesinos
verá por las alamedas
marchar a los oprimidos
y de banderas de pobres
se llenarán los caminos.

traduzione in italiano

Bye bye


Radici

Radichinas

Sa domu in sa lacana de su merie
iscura e mudulea si ch’istat,
respiras aghera netta e lizera
e intendes boghes fortzis de atra edade,
Sa domu in sa lacana de sos amentos,
sa matessi semper, comente tue la conosches
e tue chircas in ibe sas radichinas
si cheres cumprendere s’anima chi tenes

Cantos tempos e cantas bidas suni lissinadas indedda dae tue,
che ribu chi ti colat afurriu,
tue chi as bidu nascher e morrer mannois meos,
a bellu a bellu, die pro die
e ego, s’urtimu, ti pedo si conosches in mene
calchi sinnu, calchi arrastu de cada bida
o si solu ego chirco in tue
respusta a cada cosa non cumpresa

Ma est inutile chircare sas allegas,
sa perda antiga non ponet sonu
o chistionat cumente su mundu e-i su sole,
allegas tropu mannas po un omine

E ti los intendes indaintro sos presorzos,
sos ritos antigos e sos mitos de tandos
e ti los intendes inintro cumente manos,
ma non cumprendes prus su sensu

Ite sensu b’est inghite es naschidu intro ‘e sos muros tuos,
totu est mortu e nemos at mai ischipiu
o solu non tenet sensu a si pedire,
ego prus mi pedo e prus pacu apo ischipiu.
E ego, s’urtimu, ti pedo si gai at a esser
po un ateru apustis chi at a cherrer cumprender
e si s’ateru apustis inoghe at a acatare
su silentziu de semper chene fine.

Sa domo est cumente unu tretu de memoria,
sas radighinas tuas dana su zudissiu
es propriu custa fortzis sa respusta
e provas sensu mannu de bellesa

(Francesco Guccini)

RADICI – ( da "RADICI")

La casa sul confine della sera
oscura e silenziosa se ne sta,
respiri un’ aria limpida e leggera
e senti voci forse di altra età,
La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai,

Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te,
come il fiume che ti passa attorno,
tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei,
lentamente, giorno dopo giorno
ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me
qualche segno, qualche traccia di ogni vita
o se solamente io ricerco in te
risposta ad ogni cosa non capita

Ma è inutile cercare le parole,
la pietra antica non emette suono
o parla come il mondo e come il sole,
parole troppo grandi per un uomo

E te li senti dentro quei legami,
i riti antichi e i miti del passato
e te li senti dentro come mani,
ma non comprendi più il significato

Ma che senso esiste in ciò che è nato dentro ai muri tuoi,
tutto è morto e nessuno ha mai saputo
o solamente non ha senso chiedersi,
io più mi chiedo e meno ho conosciuto.
Ed io, l’ultimo, ti chiedo se così sarà
per un altro dopo che vorrà capire
e se l’altro dopo qui troverà
il solito silenzio senza fine

La casa è come un punto di memoria,
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza


Nuovo Ordine?

 

NEW ORDER –

New Order è una band Synthpop di Manchester formatasi nel 1980 dalle ceneri dei Joy Division, il cui cantante, Ian Curtis, si suicidò il 18 maggio del 1980.
Nuovo Ordine, con vecchi suoni e sensazioni. Sempre attuali.
Ascoltare per credere

… Io sono affezionato a "Get Ready " del 2001.

…che meraviglia questo gruppo. Le copertine vere esplosioni di "colore" nonostante le radici e le atmpsfere darkeggianti

Scusate ma questo fine settimana lo dedico a loro. Nonostante tutto. Il mondo va avanti, secondo un nuovo Ordine, dominato dagli sceriffi planetari . Ma quello è un altro Nuovo Ordine monopolare. Quello che non voglio.

saludos