Archivi del mese: agosto 2005

Dopo quella curva

Dopo quella curva, "apustis cudda furriada", si subito dopo quella grossa quercia, vicino a quel masso di calcare obliquo levigato appoggiato ad un costone roccioso, "sa tella manna", un tempo, per chi ha buona memoria! si trovava anche un grosso ginepro, un possente ginepro scultura vivente de "su bentu estu", del maestrale. Oggi sola, proprio a due passi, accompagnata da qualche giovane leccio, resta la quercia. Poche decine di metri più in la, tanti anni or sono, una altrettanto possente venne abbattuta da un fulmine. Ma questi sono racconti di chi ormai vive solo per raccontarli, "contus de meda". Dicevo di quel ginepro, bene, quel ginepro, "su tzinnibiri becciu", era punto di riferimento per tutti, cacciatori compresi. Ci si incontrava li, era persino facile darsi appuntamenti, il luogo era inequivocabile.
Oggi, dicevo, non esiste più. Mi hanno detto che un signorotto con tanto di titolo nobiliare comprato dagli spagnoli, il tempo di "todos caballeros", ne ha fatto un camino e il resto l’ha usato per ricavarne travi per il soffitto della sua villa, vanto del casato. Mah!, buon prò, così vanno le cose! C’è persino chi taglia le teste alle sculture naturali del vento per portarsele a casa, là in continente, come trofei presi nell’isola del vento. Bah! Il tempo li ha già condannati!
Quindi dicevo di quella curva col ginepro e "sa tella manna". Ebbene, quello era il limite dei territori di Mas-Oneh Bran’hu. Mio padre, prima di arrivarci col gregge in transumanza, mi diceva sempre "attento, stai attento, dopo quel limite, dopo su tzinnibiri, iniziano le terre di Mas-Oneh Bran’hu; quando ci passeremo dentro, "aintru sa bidda", dentro il paese, fatti condurre da loro, dalle pecore, non ascoltare né vedere nulla, dimenticati ciò che vedi. Continua a fare così anche dopo che non ci sarò più". Dopo quel limite, il resto dell’inizio della mia esistenza, persa nel vento. Dipinte nelle pareti interne di una grotta scavata nel calcare, a testimonianza della vita che scorre in cerchio perpetuo; immagini di danze dei tempi andati, dopo notti di feste interminabili. Voci, rumori, suoni, odori, sapori, sensazioni. Unici ed irripetibili. Non puoi raccontare perché non trovi le parole. Dopo quel limite, un giorno, ucciso dalla curiosità, ho aperto gli occhi. Ho visto. Da allora è finita la transumanza. Ci sono rimasto. Ero io che "portavo", in una vita altra, i pastori erranti che transitavano silenziosi a capo del gregge, col volto coperto per paura di chissàchecosa. Da quel giorno, tutto ciò che c’era prima di quella curva, puff, sparito, scomparso dalla mente.
Oggi abito ancora a Mas-Oneh Bran’hu, dopo quella curva ho costruito la mia casa in granito, un pozzo al centro di un ampio cortile, sotto il pergolato. Cosa era, e cosa è ancora oggi Mas-Oneh Bran’hu, lo racconto solo a chi ha orecchie per sentire e occhi per vedere. Se non ti basta ascoltare lo puoi vedere da te aprendo gli occhi, ma non basta avere le palpebre aperte e le pupille ben dilatate. Può vederlo solo chi vuole. Perciò quando vedrai un gregge in transumanza, da queste parti, fatti trasportare da loro. Forse, se avrai pazienza, ti condurrà qui… Se vorrai potrai entrarci. "Apustis cudda furriada". Dopo quella curva. Vedrai!

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Notti d'estate.

 

Notte de istiu.

De s’aposentu acurtzu iscurto istimadas

boghes in su letu inube bene rètzido su sonnu.

Intra sa bentana aberta una lughe lùghet,

indedda, in cucuru ‘e monte, e chie l’ìschit inube.

Inoghe t’astringo in petus, prenda mea,

morta dae mene annos chene acabu.

 

Notti d’estate.

Dalla stanza vicina ascolto care

voci nel letto dove il sonno accolgo.

Per l’aperta finestra un lume brilla,

lontano, in cima al colle, chi sa dove.

Qui ti stringo al mio cuore, amore mio,

morto a me da infiniti anni ormai.

(Umberto Saba – da "Antologia del canzoniere")